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Livorno

Violenza sulle donne

Livorno, la fidanzata poteva uscire di casa solo per andare a fare il bucato. L’inferno di una 26enne

di Stefano Taglione
Livorno, la fidanzata poteva uscire di casa solo per andare a fare il bucato. L’inferno di una 26enne

Imputato per maltrattamenti in famiglia un livornese di 45 anni, ora in carcere. Avrebbe minacciato e picchiato la compagna, in un’occasione pure con un casco

28 dicembre 2023
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LIVORNO. «Il fidanzato non le dava il permesso di uscire di casa e lei gli ubbidiva sempre, presumo per paura di ritorsioni. Con me è uscita solo una volta, perché doveva andare a fare la lavatrice alla lavanderia automatica e quindi aveva il suo benestare. Lei mi ha raccontato che in due occasioni lui le aveva messo le mani addosso e alla seconda l’ha salvata il fratello di lui, mettendola in un angolo, altrimenti sarebbe finita male. Se ho mai assistito a litigi? Non violenti, mi ricordo che una sera l’apostrofò chiamandola “Tr**a” e “Pu**ana”».

A parlare in tribunale è una ventiseienne livornese, chiamata come testimone dalla parte civile, una donna vittima di violenza che nel corso degli anni sarebbe anche stata segregata in casa. Il compagno, infatti, secondo l’accusa l’avrebbe anche presa a pugni, cercando di soffocarla e in un caso colpendola con il casco della moto fra il collo e le spalle. Minacciandola e denigrandola più volte nel corso della drammatica convivenza. L’uomo – Il Tirreno non ne scrive il nome e il cognome per non rendere identificabile la vittima delle presunte violenze – ha 45 anni, è difeso dall’avvocata Barbara Luceri ed è imputato per maltrattamenti in famiglia. Nei mesi scorsi, siccome si sarebbe presentato sotto casa dell’ex per incontrarla, è stato trasferito dai carabinieri nel carcere delle Sughere in regime di custodia cautelare e nell’ultimo udienza è stato scortato a palazzo di giustizia da quattro agenti della polizia penitenziaria.

Le accuse

La coppia ha iniziato a convivere quattro anni fa, ma le violenze – stando al racconto della donna – sarebbero cominciate già un anno dopo l’inizio della relazione. Stando all’ipotesi accusatoria, la pm in aula era Sabrina Carmazzi, il quarantacinquenne avrebbe «ingiuriato e denigrato l’ex compagna in più occasioni con epiteti del tipo “pu**ana” e impedendole di uscire di casa senza di lui, come anche di frequentare amici e parenti, pure la madre». Inoltre, sempre secondo la tesi della procura, avrebbe «minacciato di uccidere la donna, picchiandola in almeno tre occasioni». E in un caso il quarantacinquenne avrebbe pure insultato la suocera, chiamandola “tr**a”.

Le testimonianze

Durante il processo ha parlato anche il fratello dell’imputato, dietro un separé per garantire un’audizione protetta, il quale ha ricostruito le violenze che sarebbero avvenute nell’appartamento. Mentre un vicino di casa, al collegio presieduto dal giudice Luciano Costantini e con a latere Andrea Guarini e Roberta Vicari, ha raccontato di aver notato delle macchie di sangue sulle scale in conseguenza dei litigi. «Quando aveva iniziato questa convivenza – le parole in questo caso di un’amica d’infanzia della donna – la vedevo poco, proprio perché il suo fidanzato non la faceva uscire di casa, così almeno lei mi diceva. Lui l’ho conosciuto una volta in piazza Cavour e non ci lasciò sole nemmeno un attimo per prendere un caffè al bar, un atteggiamento che ovviamente mi ha infastidita non poco. Sporadicamente la incontravo a casa di sua madre, quando aveva il permesso di andarci, mi diceva lei di trovarsi lì. In un’occasione ricordo di essere andata a trovarla dove abitava, quando il suo compagno sotto effetto dell’alcol ha inveito contro di lei, urlandole “Pu**ana” e che “Tutte le donne sono pu**ane”, e prendendo a pugni sul muso pure i suoi pitbull. Una scena veramente raccapricciante, tanto che sono riuscita a portarla via di casa, accompagnandola dalla madre e dormendo con lei per farla restare tranquilla». L’amica, durante la testimonianza, ha rivelato anche notevoli difficoltà nel corso del tempo nel mettersi in contatto con la donna, «che cambiava spesso numero di telefono cellulare e mi bloccava su Whatsapp, senza darmi alcuna spiegazione». «Il processo è in corso – spiega l’avvocata di parte civile, Marianna Deias – e quindi non anticipiamo giudizi. Confidiamo soltanto che, in ogni caso, ponga fine con giustizia al lungo incubo che la mia assistita ha dovuto vivere e subire e per la quale anche questo processo, per quanto inevitabile, ha comportato una grande sofferenza».

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