Allarme lupi, attacco in Maremma vicino alle case e animali sbranati – L'allevatore: «Chiudo tutto»
La presidente del comitato Pastori d’Italia chiede l’applicazione delle deroghe previste dalla “direttiva Habitat”: cos’è e come funziona
MANCIANO. «L’ho già detto in passato ma questa volta temo proprio che sia la fine», si sfoga Carmelo Masala, decano degli allevatori, dopo l’ultima predazione – l’ennesima – subita dalla sua azienda “La Campigliola”. Succede a Manciano, in provincia di Grosseto. E paventa: «Ho cominciato qui nel 1981 con cinquecento capi e oggi ho circa cento bovini e, tra moglie e figlio, oltre 2mila ovini. Oggi ho raggiunto i 71 anni e quella di mio figlio rappresenta la quinta generazione in famiglia ma potrebbe anche essere l’ultima, anche perché giovani intenzionati a intraprendere questo mestiere non ce ne sono; a meno che chi di dovere non prenda provvedimenti d’urgenza».
L’allarme del comitato
A rappresentare il suo caso è Mirella Pastorelli, presidente del comitato “Pastori d’Italia”, lanciando l'allarme per un branco di cinque lupi scorrazza proprio in località Montioli avvicinandosi ai centri abitati. «Il lupo non è più diffidente nei confronti dell'uomo e questo lo porta ad avvicinarsi con grande facilità ai centri urbani, suscitando tanta preoccupazione nei residenti», premette, poi entra nel merito: «Il branco dei lupi ha predato un vitello appena nato, riducendolo a brandelli».
La direttiva Habitat
Pastorelli chiede l'applicazione delle deroghe previste dalla “direttiva Habitat” (art. 16), adottata nel 1992 e recepita in Italia nel 1997, pilastro della conservazione della biodiversità nell'Unione europea, in caso di danni così ingenti: il lupo non può essere considerato un “animale sacro” quando causa danni non quantificabili alle aziende, è necessario il recepimento immediato del declassamento della specie già approvato dalla Comunità europea, come già è stato fatto da molti Paesi membri alle prese con la stessa problematica, al fine di organizzare piani nazionali di contenimento tenendo conto delle zone vocate alla pastorizia.
Il racconto dell’allevatore
«Non è più possibile andare avanti così, ogni volta un dolore indescrivibile. Avevo dismesso le pecore per non vedere più tanta carneficina, mettendo su un allevamento di vacche; ma non è valso a nulla», aggiunge Masala, che poi racconta: «È successo di sera. Il piccolo aveva appena due giorni di vita e saremmo andati a denunciare la nascita la mattina dopo: se solo avesse avuto qualche ora in più avrebbe potuto provare a difendersi, mentre così non ha avuto speranza. La nostra azienda – spiega – è “spezzata” su più terreni, le recinzioni le abbiamo ma non bastano, in più ci sono gli affitti da pagare e gli indennizzi non bastano mai; e poi ci sono i danni che non si vedono ma si sentono».
Le conseguenze sulla produzione
Il decano degli allevatori ricorda che per ogni attacco non ci sono gli animali feriti o uccisi, ma la paura che pervade greggi e mandrie con conseguente perdita di produzione di latte: stima meno 100mila litri di “oro bianco” in meno proveniente dalla sua sola azienda negli ultimi tre anni. «Quando noi non ci saremo più ne risentirà la filiera. Quando noi allevatori tutti non ci saremo più si andrà a comprare il latte in Francia o in Germania: il lupo c’è anche in quei Paesi ma, si vede, è gestito in maniera diversa. Siamo una specie in via di estinzione», profetizza. Le prospettive, per lui, ormai non ci sono più: «Prima non era così, la situazione va sempre peggio e da ultimo si sta aggravando ancora di più: ci costringe a chiudere vendendo tutto, stiamo valutando come fare al più presto possibile».
L’appello finale
Gli fa eco la presidente del comitato. «È scaduto il tempo, basta sprecare soldi pubblici per studi e progetti che non portano nessun risultato alle aziende», ammonisce Pastorelli, chiedendo al governo di intervenire con urgenza: «Non si giri dall’altra parte ma prenda come esempio le azioni messe in atto dagli Stati membri che hanno avuto a cuore sempre le sorti dei propri allevatori».
