«Io, un bambino fra i Tarocchi della magica Niki»
Federico Loda racconta la nascita del parco creato dalla Saint Phalle a Garavicchio
CAPALBIO. C’è un bambino in piedi sullo scheletro di un’enorme scultura, si chiama Federico. Ha una maglietta bianca a maniche corte e si guarda intorno con stupore naïf. Accanto a lui nella foto c’è una regina dell’arte, Niki de Saint Phalle, celebre scultrice che in quegli anni a Capalbio dà corpo alle sue visioni oniriche creando un parco popolato di statue ispirate agli arcani maggiori: il Giardino dei Tarocchi.
La foto risale al 1978 e ci riporta a un’atmosfera magica: quella nella quale il parco d’arte, oggi famoso nel mondo, lentamente nasce per mano della geniale creatrice, del marito Jean Tinguely che realizza la parte metallica delle sculture e di un’appassionata équipe di artisti come Rico Weber, Sepp Imhof, Paul Wiedmer, Dok van Winsen o altri. Accanto a loro - a osservare le nascenti sculture con sguardo curioso e discreto - c’è lui, il piccolo Federico Loda che oggi vive e lavora a Roma. All’epoca ha 13 anni, abita con la famiglia a Garavicchio e stringe con l’artista un rapporto speciale. Ogni giorno appena può si catapulta, come assalito da un dolce demone, a trovare l’amica artista, gioca tra specchi e arcani e tesse con lei, che esercita una sorta di fascinazione ipnotica, un legame profondo. «Niki pranzava e cenava con noi ogni giorno», ricorda Federico mostrandoci alcune foto che pubblichiamo e disegni a lui dedicati. È la storia di una scultrice e di un bambino che la guardava creare.
LA FOTO
«Nella foto, credo sia stato il 1978, siamo io, Marella Caracciolo, Niki e Costantine, un amico di Niki. Eravamo sulle scale della Papessa - racconta Federico Loda - la prima scultura realizzata, non la più grande ma sicuramente la principale. Sono molto legato a questa scultura perché per realizzarla Niki, Jean Tinguely e io andammo a vedere il giardino di Bomarzo. Niki cercava ispirazione e da quel giradino è stata presa l’idea della bocca da cui scende l’acqua sulle scale. Dentro questa scultura, Niki ha realizzato l’universo colorando l’interno con un blu cobalto bellissimo e pieno di specchi».
PENNE DI STRUZZO
«Il mio primo ricordo di Niki risale a un weekend autunnale, forse nel 1976, ancor prima che iniziassero i lavori: lei era di una bellezza imbarazzante. Elegantissima nei suoi abiti stravaganti con una giacca bianca di penne di struzzo e i cappelli pieni di frutta che portava come fosse una modella, che è realmente stata per Cartier quando aveva 18 anni».
IO, LA MASCOTTE
«Ogni giorno dopo scuola - dice ancora Loda - andavo sempre da Niki e seguivo con la curiosità di un bambino i lavori che procedevano, apparentemente lenti ma solo perché erano tanti. Sono cresciuto dentro al Giardino dei Tarocchi. Ero sempre intorno a lei, che mi chiamava la mascotte del Giardino perché ero il più piccolo che girava lì intorno. Ero affascinato da questi ferri che prendevano forma. La vedevo disegnare quadri, colorare sculture, telefonare e inviare fax: era così affascinante quando lavorava, quando elaborava l’idea era come in trance: vedevi che il suo sguardo si allontanava. Sentivi l’energia che emanava».
NIKI LA CALAMITA
«Ero affascinato da Niki per la sua personalità nuova, eccentrica ma dolce e protettiva. Nutrivo per lei un certo timore dovuto al rispetto, ma la curiosità di scoprire il suo mondo era talmente forte, come una calamita che oltrepassava tutto il resto, che ogni giorno contavo i minuti per correre da lei al Giardino».
IO DENTRO LA SFINGE
«Spesso trovavo Niki sdraiata sulla sua chaise-lounge di vimini mentre telefonava. Mi guardava entrare nella Sfinge. Mi sorrideva senza interrompere la telefonata e io entravo. Il mio posto preferito era su uno sgabello accanto al suo tavolo di lavoro. Quello sgabello era per me il posto più bello: in silenzio osservavo le mille matite colorate che Niki aveva sparse sul tavolo, i disegni in fase di elaborazione, quelli finiti. Spesso, oggi, questi disegni li vedo passare in vendita nelle più grandi case d’asta internazionali. E in alcuni c’è il mio nome», ricorda Loda.
I SILENZI DI NIKI
«Niki era elegante dentro e fuori. Non l’ho mai vista arrabbiata, capivo quando era nervosa e a quel punto dovevi lasciarla in silenzio, forse da sola, ma era sempre una vera signora, la Signora dell’Arte».
I CENTRINI DI MIA NONNA
«Un ricordo curioso: le mattonelle per il mosaico delle zampe posteriori della Sfinge sono state fatte coi centrini di mia nonna - dice Loda - Ricordo Niki che li sceglieva nell’armadio del guardaroba di casa e li stendeva sulla creta cruda per farla essiccare con lo stampo dei centrini. Quando osservo oggi la Sfinge, il mio sguardo mi porta a quel tempo e rivivo nel ricordo mia nonna. Ho nella mente e negli occhi la scena di Niki insieme a mia mamma che stendono i pizzi di mia nonna sulla creta».
NIKI È NEI TRAMONTI
«Lei non c’è più dal 2002 ma è rimasta e rimarrà per sempre con me: grazie a lei la mia vita è intrisa d’arte - ricorda Loda - Nella mia casa a Roma i suoi disegni mi circondano, le sue dediche e lettere mi fanno sentire sempre a casa ovunque io sia. Capalbio è nel mio cuore e spesso quando il Giardino è chiuso scendo al tramonto e passeggio da solo tra le sculture, in mezzo a quei metri di terra che mi hanno visto crescere accanto a lei. I riflessi sugli specchi sono pazzeschi e in ogni centimetro compongono un quadro diverso. Il tramonto è l’ora migliore per visitare il Giardino. Me lo ha insegnato lei». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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