Il Tirreno

Ci sentiamo tutti in catene, spezziamole

di Paola Balducci *
Il dettaglio delle catene ai polsi: così Ilaria Salis (in alto a sx), 39 anni, insegnante, detenuta in Ungheria dall’11 febbraio del 2023, è stata portata nell’aula di tribunale dove è in corso il procedimento a suo carico. Rischia 16 anni di carcere
Il dettaglio delle catene ai polsi: così Ilaria Salis (in alto a sx), 39 anni, insegnante, detenuta in Ungheria dall’11 febbraio del 2023, è stata portata nell’aula di tribunale dove è in corso il procedimento a suo carico. Rischia 16 anni di carcere

In Ungheria Ilaria Salis è stata spogliata della dignità: dobbiamo restituirgliela

31 gennaio 2024
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Le immagini dell’ingresso in aula di Ilaria Salis hanno invaso il web. Manette a mani e piedi legate al cinturone, catena-guinzaglio sorretta da una poliziotta, agenti anti sommossa con giubbotto antiproiettile e passamontagna.

Così è comparsa la nostra connazionale alla prima udienza del processo che la vede imputata in Ungheria per presunte aggressioni a gruppi di estrema destra.

La 39enne milanese si è sempre dichiarata innocente ed estranea ai fatti, rifiutando il patteggiamento ad 11 anni di pena inizialmente proposto dalla Procura ungherese. Da 11 mesi si trova in custodia cautelare, mai revocata per un presunto pericolo di fuga. È solo grazie alla presenza della stampa in aula che l’opinione pubblica ha potuto constatare il trattamento riservato alla Salis. Un grido di indignazione per le sue condizioni di detenzione, che violano i diritti fondamentali dell’individuo, inizialmente sollevato dalla famiglia di Ilaria, si è esteso alle istituzioni, nazionali e sovranazionali. «Trattamenti inumani e degradanti», sono queste le parole più volte pronunciate per commentare l’accaduto. Eppure ci troviamo in un Paese membro dell’Unione Europea, che ha aderito alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che si pone come baluardo dei diritti fondamentali dell’individuo.

Molti di noi ricordano come proprio il nostro Paese fu uno dei primi a indignarsi, durante il caso “Mani Pulite”, davanti alle immagini di Enzo Carra in “ceppi e schiavettoni”. E, invero, nel nostro ordinamento le manette sono state bandite dall’aula del processo. Si possono usare solo per tradurre il detenuto dal carcere al palazzo di giustizia.

Le immagini scandalo della detenzione di Ilaria Salis si pongono in maniera totalmente distonica rispetto a uno spazio comunitario così attento, pronto ad intervenire nel caso in cui i diritti fondamentali degli individui subiscano una violazione.

Un portavoce della Commissione europea, nel briefing quotidiano con la stampa, ha ricordato che, proprio nel dicembre 2022, sono state avanzate delle raccomandazioni sulle condizioni di detenzione nei Paesi membri, presentando degli standard minimi di base comuni, seppur non vincolanti. Nel caso di Ilaria, sembrano non essere presenti neanche i requisiti minimi di rispetto dei diritti civili. È dunque possibile soprassedere a una violazione così grave dei diritti fondamentali della persona? Si spera che le autorità ungheresi siano disposte a collaborare, anche seguendo l’invito del ministro Tajani, che ha subito espresso forte indignazione da parte di tutte le istituzioni. Le petizioni hanno iniziato a fare il giro del mondo, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sta seguendo da vicino gli sviluppi del caso, l’associazione dei Giuristi democratici, di concerto con l’associazione europea Eldh, ha ottenuto di essere presente con suoi rappresentanti come osservatori.

Dopo aver visto quelle immagini ci sentiamo tutti in catene come Ilaria. E ciò che deve fare uno Stato civile, una società libera, è tentare di spezzarle con lei, per ridare ad un essere umano la dignità di cui appare spogliato.

*Avvocata, professoressa universitaria già componente del Csm
 

 

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