Massarosa, soldi pubblici presi «con l’inganno»: imprenditrice condannata a restituirli
La donna e la consulente rienute colpevoli dalla Corte dei conti: devono pagare quasi 20mila euro
MASSAROSA. Soldi pubblici ottenuti con l’inganno. Mai utilizzati per sostenere l’attività imprenditoriale che avrebbe dovuto essere avviata grazie al sostegno della Regione. Denaro non restituito nonostante i solleciti di chi lo aveva erogato. La Corte dei conti ha così condannato in solido l’aspirante imprenditrice e la sua consulente a versare alla Regione 19.600 euro, il contributo assegnato nel 2019 su un investimento dichiarato di 24.500 euro.
Con ruoli diversi, tra beneficiaria e professionista incaricata di istruire la pratica, i giudici contabili hanno ritenuto colpevoli di danno erariale Florentina Gabriela Catana, 28 anni, ex titolare dell’omonima impresa individuale, ora cancellata, residente a Massarosa e la consulente Gina Grossi, 52 anni, residente a Pescia.
È un procedimento che si inserisce in un’ampia indagine della Guardia di Finanza e della Procura Europea sulla gestione dei fondi pubblici.
Alla base della condanna i falsi preventivi e l’assenza di rendicontazione delle spese da parte di Catana che ha chiesto una proroga «con false informazioni (asserendo il pagamento di un furgone mai acquistato, risultando peraltro intestataria di alcun veicolo), facendo infine cessare l’impresa il 21 settembre 2023, prima del termine utile per la legittima conservazione del finanziamento».
La Catana «non può invocare alcun errore o circostanza scusante, avendo scientemente predisposto documentazione falsa e consapevolmente omesso ogni rendicontazione, dimostrando così che il suo unico fine era quello di ottenere e trattenere il contributo pubblico per finalità diverse da quelle dichiarate» scrivono i giudici.
Per quanto riguarda la posizione di Gina Grossi, per la Corte dei conti la Procura «ha fornito un quadro probatorio grave, preciso e concordante, tale da comprovare che la stessa non fu una mera consulente, bensì l'effettiva ideatrice ed esecutrice del sistema fraudolento, oltre che beneficiaria di parte dei fondi pubblici». Viene contestato alla professionista con studio a Montecatini di aver detenuto le credenziali e le firme digitali della Catana; aver materialmente inserito la domanda di finanziamento; aver predisposto il falso preventivo (identico a quello utilizzato per altro beneficiario); aver redatto e trasmesso la falsa richiesta di proroga e gestito l'intera pratica, come confermato dal ritrovamento, nel suo studio, della copia cartacea di tali documenti e della mail dell'11 febbraio 2020, nella quale riepilogava le scadenze e i documenti mancanti per il cluster di beneficiari rumeni, includendovi espressamente anche la Catana.
«Tale mail, unitamente al possesso delle credenziali altrui e alla presenza di numerosi fascicoli con documenti contraffatti nel suo studio – molti dei quali con falsificazioni grossolane, come date inesistenti (31 aprile, 31 giugno) – dimostra che la Grossi non solo era consapevole dell'illiceità, ma ne era l'ideatrice e l'organizzatrice, ricevendo compensi dai percettori – si legge nel testo della sentenza – nel caso di specie la Grossi ha previsto e voluto l'indebita percezione del contributo e il conseguente danno all'erario, organizzando un sistema che produceva sistematicamente finanziamenti per soggetti privi dei requisiti».
I giudici sottolineano inoltre che la documentazione falsa era talmente grossolana «che solo il deliberato e sistematico intervento della Grossi ha consentito di superare i controlli; soprattutto, la stessa Grossi ha gestito anche la fase della rendicontazione, che è stata omessa, e la richiesta di proroga con falsa indicazione del pagamento del furgone, dimostrando che il suo ruolo causale si è esteso fino al momento in cui il danno si è definitivamente consolidato con la revoca e la mancata restituzione».
Ora, alla luce di questa sentenza, con la sua cliente dell’epoca deve restituire 19.600 euro alla Regione.
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