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Viareggio, chiesto l’ergastolo per Cinzia Dal Pino: «Una vendetta spropositata»

di Matteo Tuccini

	Cinzia Dal Pino (foto Nucci) 
Cinzia Dal Pino (foto Nucci) 

La Procura vuole il massimo della pena per l’imprenditrice che investì e uccise Noureddine Mezgui: «Il Suv usato per punire il furto». La difesa: «Al di là della logica, non voleva uccidere». Sentenza l’11 giugno

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VIAREGGIO. «Ergastolo». La Procura ha chiesto il massimo della pena per Cinzia Dal Pino, la 66enne imprenditrice balneare che nel settembre 2024 investì e uccise con il suo Suv il 52enne Noureddine Mezgui. Secondo la pm Sara Polino, che oggi ha sostenuto la requisitoria – accusando anche un lieve malore durante l’udienza – Dal Pino si è resa protagonista «di una vendetta spropositata. Voleva punire Mezgui per il furto della borsa, come una sorta di giustizia privata. Mostrando indifferenza sia nei confronti della vittima, sia sulle conseguenze delle proprie azioni». Da qui, secondo la Procura, deriva la necessità di confermare tutte le aggravanti contestate, senza riconoscimento di attenuanti per quello che gli inquirenti considerano a tutti gli effetti un omicidio volontario. L’11 giugno ci sarà la sentenza.

«Voleva punirlo»

Nell’udienza di oggi in Corte d’Assise a Lucca, durata complessivamente quasi sette ore, la pm Polino ha ricostruito la sera dell’8 settembre 2024 in via Coppino. Quando Dal Pino, dopo la sottrazione della borsa da parte di Mezgui, «lo ha seguito e lo ha investito più volte, usando il Suv Mercedes come un’arma – ha detto la pm – Ha mostrato una volontà omicida persistente, dopo aver subito un furto che ha scatenato la sua vendetta spropositata. Lei voleva punirlo. E ha agito con indifferenza glaciale, convinta che trattandosi di un ladro non sarebbe stata denunciata».

«Non intendeva uccidere»

Non così la pensa la difesa. Gli avvocati Enrico Marzaduri e Alberto Gargani hanno affermato che «la richiesta di condanna va al di là della logica e della proporzionalità. Cinzia Dal Pino non aveva intenzione di uccidere». I due legali che assistono l’imprenditrice hanno chiesto alla Corte di riformulare il reato contestato alla donna. Ridimensionandolo a «eccesso colposo di legittima difesa, o tutt’al più a eccesso preterintenzionale». Sono due fattispecie riconducibili appunto all’omicidio colposo e all’omicidio preterintenzionale, che presuppongono la mancanza di volontarietà nel delitto: sostanzialmente, secondo i suoi legali Dal Pino voleva recuperare la borsa, piena di effetti personali per lei delicati, ma senza intenzione di vendicarsi per quella che la difesa continua a definire «una rapina». Distinzione non secondaria: Mezgui, detto “Said”, secondo la donna e i suoi legali l’avrebbe minacciata e aggredita con un coltello, mai ritrovato.

Nessun vizio di mente

La Procura, nella linea accusatoria che l’ha portata alla valutazione della pena massima, considera anche la piena capacità di intendere e di volere che è stata riconosciuta a Dal Pino. Stefano Ferracuti e Renato Ariotti, i professionisti incaricati dalla Corte di eseguire la perizia psichiatrica, hanno infatti dichiarato oggi che a loro giudizio non c’è alcun vizio di mente nell’imputata. E quindi era intatta la sua capacità di capire quello che stava facendo, e le conseguenze delle sue azioni, nonostante la condizione di fragilità evidenziata dalla donna – e riconosciuta dai periti stessi.

La “giustizia riparativa”

Nell’udienza la Corte ha accolto la proposta della difesa di Dal Pino su un percorso di “giustizia riparativa”. Si tratta di uno strumento, introdotto dalla riforma Cartabia – che prende il nome dall’ex ministra della Giustizia – con cui si fa incontrare l’autore del reato e la vittima. Attraverso una mediazione, si punta a recuperare una sorta di convivenza civile tra le parti. La pm Polino ha chiesto ai giudici di respingere questo tipo di proposta, che comunque sarà soggetta a valutazione da parte di un centro appositamente individuato, a Firenze. Nel caso in cui la valutazione avesse esito positivo, Dal Pino potrebbe avere uno sconto di pena. Altro motivo di discussione è stato la questione del risarcimento: «Per adesso è stato riconosciuto il minimo possibile» secondo gli avvocati Enrico Carboni e Gianmarco Romanini, che assistono i familiari di Mezgui come parte civile. Si tratta di 40mila euro circa per ognuno dei sei fratelli, considerati dai loro legali cifre paragonabili a un incidente stradale, e non a un omicidio volontario pluriaggravato.

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