Cameriere aggredito da sette persone a Pietrasanta, il titolare del locale: «Se deciderà di tornare al lavoro saremo al suo fianco»
Michele Bartoli, titolare del bar in piazza Duomo: «Io non ero presente quando è successo, le indagini chiariranno: ma non descriviamo la nostra città per quello che non è»
PIETRASANTA. «Quello che è successo mi amareggia e mi addolora. Questo ragazzo per me è come un figlio». Sono le parole di Michele Bartoli, titolare del bar Pietrasantese, il locale di piazza Duomo dove lavora come cameriere il 34enne aggredito, fra sabato e domenica scorsi, da 7 persone dopo essere stato insultato con un epiteto razzista.
«Un episodio che condanno fermamente: la violenza è qualcosa che mi ripugna. Detto questo ci sono delle indagini in corso e quindi non voglio dire di più in questo momento. Chi ha sbagliato, ne risponderà. Se conosco gli aggressori? Cominciamo a dire che non ero presente quando è successo il tutto e quindi potrei dire ben poco se non quanto mi è stato riferito. Ho letto che uno degli aggressori sarebbe un nostro cliente abituale: in realtà, da quanto mi è stato raccontato la persona in questione sarebbe venuta solo due o tre volte nel locale: insomma tutt’altro che abituale anche se ho capito chi è. Ma e mi ripeto, per rispetto del ragazzo che ha fatto denuncia e al quale sono molto legato e ancora del lavoro in corso da parte dei carabinieri sull’episodio non posso e non voglio dire altro. Chi mi conosce sa che al Pietrasantese cerco da sempre una clientela esclusiva e di qualità: preferisco perdere dei soldi che avere a che fare con persone sgradevoli pur con il portafoglio pieno. Poi, però, certi episodi possono accadere ed è impossibile prevenirli. Ingaggiare un bodyguard da posizionare davanti ai locali del centro? Non servono. Evitiamo di descrivere Pietrasanta per quello che non è: un episodio, pur brutto e doloroso, non fa del centro storico un posto violento dove servono presidi e vigilantes. Come in tutte le cose c’è poi qualcuno che su queste vicende ci specula e alla fine ad uscirne male è la città, chi ci lavora e chi ci abita. E non lo trovo affatto giusto perché si racconta una realtà mistificata».
Bartoli che nella giornata di ieri ha parlato telefonicamente, come fa da domenica scorsa, con il giovane. «È provato, ha paura, ma è normale dopo quanto accaduto. Lui sa che il sottoscritto e la mia famiglia sono e saranno sempre al suo fianco. Se e quando deciderà di tornare al lavoro noi saremo lì ad accoglierlo perché è una brava persona e professionalmente capace. Se invece deciderà di andarsene per tornare in Senegal, noi lo supporteremo nei limiti delle nostre possibilità. Non sono un filantropo e chi mi conosce sa che non bado troppo alle buone maniere e ai formalismi, ma questa storia mi amareggia molto, anche per come è stata manipolata da taluni. Quello che conta è solo la tutela e la vicinanza al ragazzo che adesso ha bisogno di affetto, ascolto e silenzio. Perché di tutta questa vicenda si è parlato abbastanza e qualcuno anche a sproposito accostando quanto accaduto al tragico fatto di Massa. Serve senso della realtà, serve rispetto. Soprattutto per il ragazzo».
