Il re degli spaghetti western? Un viareggino. La storia di Carlo Simi, braccio destro di Sergio Leone
Nato a Viareggio il 7 novembre 1924 ha lavorato anche con Corbucci e Verdone: «La Spagna gli dedicherà un intero museo che porterà il suo nome»
VIAREGGIO. Prologo. Una calda mattina di fine maggio. Siamo in tanti a partecipare alla “camminata” organizzata dall'associazione culturale Libroteca Circolante. Il programma, quel giorno, prevede un viaggio nella Viareggio di Giampaolo Simi. Si parte dalla pizzeria Rusticanella dove Giampaolo ci accompagna all'interno del suo romanzo “La ragazza sbagliata”. Il racconto ha il piacevole potere di rendere vive le pagine scritte e, dopo il ricordo della partecipazione nel 1992 di Quentin Tarantino al Noir in Festival di Viareggio (il grande regista che tutti nei cinema della passeggiata, dove non mancava ad una proiezione, conoscevano come il “matto che adorava la pizza”) inizia a ruotare attorno ad un personaggio che porta il suo stesso cognome: Simi. Carlo Simi. Giampaolo non lo conosce, ma in tanti, a Roma come a Milano, gli chiedono se esista una qualche parentela. È il momento di entrare nella storia che vogliamo proporvi questo mese.
Carlo Simi inizia la propria vita a Viareggio il 7 novembre del 1924 (ci siamo fatti scappare l'occasione di ricordarne il centenario della nascita). Il padre è lucchese con ascendenze livornesi, la madre, invece, è romana. Hanno un'unica figlia con un bel nome: Giuditta. Riesco a rintracciarla nella capitale, dove risiede, per un piacevolissimo colloquio telefonico. «I miei nonni – mi spiega – abitavano a Lucca, ma avevano un forte legame con Viareggio dove trascorrevano spesso le loro giornate. In inverno e nei tre mesi dell'estate. Qui ho trascorso la mia adolescenza con frequenti visite a Massarosa, dove abitava la tata di famiglia. Mio padre Carlo, invece, affronta il suo percorso scolastico a Roma. Il Liceo classico dei Salesiani e, poi, la facoltà di Architettura a Valle Giulia, anche se in famiglia avrebbero preferito vederlo diventare un agronomo. Nel frattempo il nonno diventa, in pratica, il braccio destro di un noto ed intraprendente industriale, l'ingegnere Carlo Roncoroni che, nel 1935 acquista con la Saisc (Società Anonima Italiana Stabilimenti Cinematografici) gli studi cinematografici della società Cines, distrutti da un incendio. Qui iniziano i lavori ed il 28 aprile 1937, Mussolini e Giacomo Paulucci di Calboli inaugurano Cinecittà, un complesso composto da 73 edifici, tra cui 21 teatri di posa, centrali elettriche ed uffici della direzione.
Carlo Simi, che all'epoca ha 13 anni, seguendo il nonno entra così in un mondo fantastico che sarebbe diventato presto la sua vita. Incontra personaggi famosi, assiste alla nascita dei film, entra con tutto se stesso nella magia del cinema di cui, ben presto, ne diventerà un protagonista assoluto. Inizia nei primi anni Sessanta, lavorando per Sergio Corbucci in “Romolo e Remo” e “Il giorno più corto”. Si occupa, poi, di “Minnesota Clay” ancora con Sergio Corbucci. Il regista romano affida a Carlo gli studi preparatori delle scenografie. La pellicola, però, non decolla e tutto rimane sulla carta.
Ma una sera... Un produttore della Jolly Film lo invita ad un cena con altri ospiti. Ed è qui che, ad un certo punto, la sua attenzione viene catturata da alcuni schizzi, sparsi sopra ad un tavolo. Sono scenografie di un film. Carlo le guarda, le rigira tra le mani e, ad un certo punto, non può fare a meno di esprimere il suo giudizio ad alta voce: «Ma come pensano di fare un film western con scenografie del genere?». Una riflessione che viene interrotta bruscamente dalle parole pronunciate da una persona che era appena entrata in quella stanza: «Ma lei chi è? Come si permette?». Quella persona si chiama Sergio Leone e i bozzetti, che a Carlo non sono evidentemente piaciuti, sono per il film “Per un pugno di dollari”.
I due si presentano e si chiariscono. Il regista, allora, chiede a Carlo un parere che si materializza, dopo qualche giorno, in alcuni rotoli contenenti disegni e proposte. Scatta la scintilla ed inizia una collaborazione che avrebbe dato tantissimo alla cinematografia nazionale ed internazionale. Il risultato, complice l'intervento del produttore, è che Carlo Simi ottiene l'incarico di occuparsi delle scene, degli arredamenti e dei costumi non di uno, bensì di ben tre film da portare avanti in contemporanea. I già citati “Minnesota Clay” e “Per un pugno di dollari” e “Le pistole non discutono”, di Mario Caiano.
Un inizio folgorante, non c'è che dire. « E qui accade una cosa importante», racconta emozionata Giuditta e tra poco capiremo il perché. L'attrice principale di “Minnesota Clay”, infatti, si chiama Diana Martin, nome d'arte di Patrizia Del Frate. Ha una sorella, Elisabetta, che un giorno la va a trovare sul set dove, oltre alla sorella, incontra Carlo Simi con il quale – e sembra proprio la trama di un film – presto si sposerà.
Passano gli anni, la vita prosegue positivamente, il lavoro è caratterizzato da grandissimi successi. Tantissime le pellicole dove il contributo di Simi si rivela di altissimo livello. Ai titoli già citati si aggiungono, ad esempio, "Per qualche dollaro in più", "Django", "Johnny Oro", "100.000 dollari per Lassiter", “Il buono, il brutto, il cattivo", "C'era una volta il west", "Ehi amico... c'è Sabata. Hai chiuso!", "Carambola, filotto... tutti in buca", "Un sacco bello", "Bianco rosso e Verdone", "C'era una volta in America", "Bix", fino all'ultima pellicola del 1999 "La via degli angeli”, per la regia di Pupi Avati.
«Ma perchè così grandi consensi?», chiedo a Giuditta Simi. «Perché mio padre non si fermava alle facciate delle case e dei palazzi. Curava nei minimi particolari anche gli ambienti interni, ideava costumi e realizzava oggetti ed accessori, rifiniti nei minimi particolari. Un metodo che possiamo apprezzare nelle ricostruzioni di villaggi del Far West che in Spagna hanno ospitato i set di alcuni film di Sergio Leone e che, ancora oggi, sono meta di visite da parte di turisti provenienti da tutto il mondo, con grandi ritorni economici per tutta la zona.
Nonostante abbia vinto diversi premi cinematografici nel corso della sua carriera, tra cui un David di Donatello per la migliore scenografia per il film "Bix" nel 1992 e un Nastro d'argento per la migliore scenografia per "C'era una volta in America" nel 1985, in Italia la sua figura non è stata ricordata e valorizzata come meriterebbe. «Perché Giuditta?» « Il successo non te lo perdona nessuno, ripeteva spesso a mio padre Sergio Leone. Credo che questa riflessione abbia un forte e profondo senso di verità. Anche per questo, lo scorso anno ho dato alle stampe il libro dal titolo “Un architetto prestato al cinema” in cui ne racconto la vita e la carriera. Volume scritto in spagnolo che, entro fine anno, sarà tradotto in italiano e presentato a novembre a Roma. Inoltre, ed è per me una grandissima gioia, a breve il comune spagnolo di Covarrubias, nella comarca dell’Arlanza, provincia di Burgos, ospiterà il Museo Carlo Simi-Sad Hill, realizzato in collaborazione con l’Associazione Culturale spagnola Carlo Simi e che dimostra come la Spagna sia custode dell’opera di un maestro dello Spaghetti Western.
L'Italia, però, deve e può rimediare. Stessa cosa dicasi per Viareggio, la sua città natale. Con Giuditta siamo già d'accordo che, dopo Roma, organizzeremo una grande presentazione del libro anche nella nostra città (mi piacerebbe che a condurre l'incontro fosse proprio Giampaolo Simi). Sarebbe bello, inoltre, che la Fondazione Carnevale facesse una riflessione sulla ipotesi di poter organizzare una mostra a lui dedicata. Tantissimi sono, infatti, i legami che intercorrono tra cinema e carnevale. Tanti quelli che, a partire da Mario Monicelli, abbiamo la fortuna e l'orgoglio di poter riscontrare nella storia della nostra città. E che ne pensate, infine, di una iniziativa in cui possano incontrarsi due grandissime figure, nate a Viareggio, di altissimo livello quali sono state Carlo Simi, scenografo e non solo, del cinema ed Uberto Bertacca, scenografo e non solo, del teatro e della televisione?
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