versilia
cronaca

Albergatrice truffata dal clan criminale: «Perduti i soldi e l’attività di una vita»

Parla l'ex titolare dell'hotel Gigliola di Lido di Camaiore: «Quegli uomini arrestati chiedevano denaro e raccontavano che ci avrebbero fatto contrarre un mutuo all’estero»


18 novembre 2018 Donatella Francesconi


LIDO DI CAMAIORE. Quando non si sa dove sbattere la testa qualsiasi mano tesa illumina di salvezza il futuro più buio. «Abbiamo perso tutto il lavoro di generazioni. Non so come ho fatto a non farla finita», racconta al Tirreno Monica Ceragioli, albergatrice lidese, ex titolare dell’Hotel Gigliola, gioiello liberty degli anni Trenta sorto per volontà di Elio Modigliani, antropologo, esploratore e zoologo fiorentino. L’albergo è all’asta e la storia è quella della truffa messa a segno ai danni dell’imprenditrice versiliese dal gruppo arrestato in questi giorni nell’operazione “Drago” della Dda di Genova e dell’Arma di Massa.

«L’hotel era in affitto fino a tutto il 2019 alla società dei miei figli, la “Alma”: c’era un concordato preventivo e l’affitto veniva pagato al curatore. Non avevamo perso la speranza di poter uscire da questa situazione. Abbiamo bussato a tutte le banche, alle Finanziarie, alle associazioni di categoria, a chi si occupa di credito alle imprese. Siamo andati ovunque: ma abbiamo trovato solo porte chiuse». Fino a che un conoscente mette sul piatto quella che potrebbe essere la soluzione: rivolgersi alla “May Way” di Massa, società che faceva capo a Fabrizio Micheli (46 anni, nato a Sassari) e si presentava come in grado di tirare fuori dalle secche qualsiasi azienda.

«Io li conoscevo tutti quelli dei quali ho visto i nomi sui giornali come arrestati», racconta Ceragioli: «Arrivavano all’hotel, mangiavano con noi, ho incontrato le mogli, le figlie. Arrivavano con la Porsche ed altre auto di lusso». Stabilito il contatto con l’albergo in difficoltà, «avevano messo a disposizione avvocati, commercialisti, architetti».

Il primo passo è l’apertura di un conto corrente della filiale del Monte dei Paschi di Massa il cui direttore - saranno le indagini a delineare il quadro completo - passerà da complice a vittima. In uno scenario che - sono le parole del Procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi - «dimostra come a Massa vi siano infiltrazioni di soggetti provenienti da altre zone ad alta intensità mafiosa che inquinano il tessuto economico locale».

Il racconto di Ceragioli prosegue, a ruota libera, con la voce che si spezza più volte: «Sul nuovo conto corrente dovevamo versare gli affitti destinati al curatore. Con il quale, così ci era stato detto, avrebbe tenuto rapporti solo il gruppo di professionisti della “May Way”». Inizia da qui la frequentazione dell’albergo «di Carmine Romano (51, di Napoli, ndr) e di altri degli arrestati». È l’estate 2017, la Versilia è piena di turisti, l’Hotel Gigliola lavora. «Pagavamo tutto in contanti. Venivano a riscuotere a ci spiegavano che serviva per corrompere cancellieri e personale dei Tribunali. Raccontavano che professionisti privati e pubblici, in tutti gli Enti - Tribunali, Inps, Ispettorati del lavoro - dovevano loro qualcosa e ricambiavano facendo favori. Per esempio, avevamo avuto una contestazione dall’Ispettorato del lavoro: ci raccontarono che “era già strappata”. In questi giorni è arrivata la multa».

Anche contabilità e paghe erano state affidate alla “May Way”. Gli arrestati avevano informato Ceragioli «che a fine 2017 l’incubo sarebbe terminato. Avevano trovato un mutuo in una banca estera, avremmo ripreso l’hotel per 420.000 euro. Si era anche tenuta un’udienza nel corso della quale i loro avvocati avevano ottenuto un ribasso dell’affitto ed un nuovo contratto 6 più 6 per la “Alma”». Insomma, quasi sussurra Monica, «credevo che si fosse verificato un miracolo».

Quando la stagione è agli sgoccioli - e Ceragioli ha versato circa 100.000 euro ai “professionisti” - si fa vivo il curatore che rivendica gli affitti non pagati ed intima lo sfratto. A quel punto l’albergatrice ed i suoi figli si ritrovano sulla strada. Nei mesi successivi il conoscente che aveva presentato la società massese «si è ripresentato cercando di sapere come ci stessimo muovendo. Quelli della “May Way, invece, hanno smesso di farsi trovare al telefono».

Gruppo SAE (SAPERE AUDE EDITORI) S.p.A, Viale Vittorio Alfieri n.9 - 57124 Livorno - P.I. 0195463049


I diritti delle immagini e dei testi sono riservati. È espressamente vietata la loro riproduzione con qualsiasi mezzo e l'adattamento totale o parziale.