Il film su Giulia Cecchettin commuove gli studenti a Firenze: lacrime, applausi e chiavi che fanno rumore
La proiezione, in anteprima assoluta toscana, era riservata agli studenti e alle studentesse di alcune scuole superiori di Firenze, che frequentano il terzo anno. Miglior pubblico non poteva esserci
FIRENZE. Nel buio della sala del cinema Fiamma a Firenze un gruppo di tre ragazze si fa strada verso l’uscita con passo deciso, spingendo via un’altra compagna di scuola che per un attimo resta a fissarle attonita. Fa per rimproverarle, quando, in una micro frazione, realizza e la stizza le muore in bocca: le compagne stanno scortando la prima della fila, che si dirige in lacrime all’uscita del cinema.
In quel momento, sullo schermo, Tecla Bossi, che interpreta Elena Cecchettin, sta interpretando il toccante e dirompente monologo rivolto agli uomini che la ragazza pronunciò davanti alle telecamere qualche giorno dopo il femminicidio della sorella.
“Se domani non torno”, il film su Giulia Cecchettin
In questa capacità di muovere in profondità le emozioni, il vissuto e purtroppo le paure che ogni giorno tantissime donne si trovano a vivere, sta forse la migliore qualità di “Se domani non torno”, il film diretto da Paola Randi che racconta, dal punto di vista di chi resta, il femminicidio di Giulia Cecchettin, uccisa dall’ex fidanzato nel novembre 2023.
La proiezione di ieri, in anteprima assoluta toscana, era riservata agli studenti e alle studentesse di alcune scuole superiori di Firenze, che frequentano il terzo anno. Miglior pubblico non poteva esserci. E non per il certo non banale intento pedagogico della pellicola. Ma per la matura sintonizzazione emotiva di chi in platea assisteva alla proiezione.
Il racconto della famiglia Cecchettin
Ricostruendo la drammatica vicenda, dalla scomparsa di Giulia fino all’esito tragico del ritrovamento del cadavere e delle sue conseguenze, la macchina da presa di Randi sceglie di guardare gli avvenimenti dal punto di vista della famiglia Cecchettin. Il padre Gino, la già citata sorella Elena, il fratello Davide, i parenti e gli amici. Lo smarrimento che piano piano si trasforma in angoscia e poi disperazione, sono trattati con la delicatezza di un racconto sì pedagogico, ma che riesce soprattutto nella difficilissima operazione di evitare il rischio di spettacolarizzazione del dolore. Mettendo in scena un lento ma inesorabile climax che dà giusta enfasi alla scelta della famiglia di non chiudersi nel dolore ma trasformarlo in una battaglia civile e sociale. Così, quando la claustrofobica attesa dei Cecchettin, speranzosi di rivedere incolume l’amata Giulia, si rompe nel tragico annuncio della sua morte, la regista ci porta da dentro verso fuori.
Assediati da giorni in casa dalla sofferenza e dai giornalisti, costretti a subire la dittatura degli eventi, i protagonisti iniziano una personale riscossa a partire dalla decisione di Elena di affrontare le telecamere, che fino a quel punto aveva fuggito o affrontato controvoglia per parlare a nome della famiglia.
Elena Cecchettin e il ruolo dei media
Sorella maggiore, giovane donna combattiva, colta e consapevole, Elena avverte prima di tutti la stonatura della narrazione che in quei giorni si faceva strada su troppi media, vecchi e nuovi. «Sembra quasi che sia lei a doversi giustificare di essere stata uccisa», dice a un certo punto.
Media che sono onnipresenti nel racconto. Nelle telecamere e nei telefoni puntati 24 ore su 24 sulla villetta, nella televisione che dà a Elena la notizia della morte della sorella quando si è rifugiata in un bar, proprio per fuggire all’assedio dei cronisti, negli articoli colpevolizzanti che la ragazza legge e che le fanno scattare la voglia di lottare. A chi le dice di ignorarli risponde: «No invece, sono importanti». A chi fa questo mestiere toccherebbe ripeterselo ogni giorno. Per provare a stare dalla parte giusta, quella dell’amore e del rispetto. E non di chi spia dal buco della serratura.
Il discorso contro la violenza di genere
Con la faccia consumata da una sofferenza vissuta con dignità, alle spalle la cancellata di casa, fragile bastione di protezione contro gli sguardi di tutta Italia puntati sulla sua famiglia, Elena il 20 novembre 2023 pronunciò un discorso che - si riconosca oggi - ha creato un prima e un dopo nella (lenta) presa di coscienza del sistema del patriarcato e della violenza di genere.
Valga qui un passaggio per tutti, che nell’intensa interpretazione di Bossi, ha strappato più di un commosso e liberatorio applauso ai ragazzi in platea: «Tutti gli uomini devono essere attenti, devono richiamare l’amico che fa catcalling ai passanti, devono richiamare il collega che controlla il telefono alla ragazza. Dovete essere ostili a questi comportamenti che possono sembrare banalità ma sono il preludio del femminicidio». Ma riprendetelo, rileggetelo tutto quel discorso. Spiazza, costringe a guardarsi dentro, sposta qualcosa che non vuole più tornare dov’era prima.
Filippo Timi interpreta Gino Cecchettin
È quello che è successo a Gino Cecchettin, che, sostenuto dalla madre e dalla figlia rimasta, prende coscienza della sua ignoranza: «Io nemmeno so cosa significhi patriarcato», gli fa dire su schermo un eccellente e mimetico Filippo Timi. Nella trasformazione di questo padre vedovo, uomo buono ma inconsapevole, c’è il cuore del messaggio di Elena e del film. «Insegnami tu quello che non so», dice alla figlia.
Lacrime e applausi degli studenti a Firenze
Tre anni dopo quella rivoluzione culturale mostra i suoi frutti nel cinema fiorentino. Nelle lacrime che sgorgano a fiotti sui volti dei ragazzi per la sorte di Giulia, sorella e amica di tutti. Negli applausi allo schermo per i passaggi più combattivi della storia di Elena. Nelle mani che frugano nelle borse e nelle tasche a cercare le chiavi da far tintinnare all’unisono con quelle sventolate al funerale di Giulia, simbolo della denuncia della violenza e della richiesta di libertà. «Per Giulia, fate rumore».
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