Prato, sfruttamento della manodopera: Patrizia Pepe e Dixie in amministrazione giudiziaria
Paghe da fame ai clandestini, ma stavolta i cinesi non c'entrano: sotto accusa due imprenditori albanesi che lavoravano per le aziende italiane
PRATO. Due note aziende produttrici di abbigliamento, Patrizia Pepe e Dixie, sono state messe in amministrazione giudiziaria dal Tribunale di prevenzione di Firenze su richiesta della Procura di Prato perché accusate di aver affidato la produzione della merce a due imprenditori albanesi che sfruttavano la manodopera.
È la prima volta che si accendono i riflettori sullo sfruttamento da parte degli albanesi, dopo una miriade di indagini sullo sfruttamento da parte di imprenditori cinesi senza scrupoli.
Le aziende coinvolte
Le due società oggetto del provvedimento hanno sede legale a Campi Bisenzio e Signa, ma la produzione avveniva in provincia di Prato e le indagini sono state condotte dal Gruppo anti sfruttamento dell’Asl e dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza.
Operai sfruttati e controlli carenti
I marchi di abbigliamento prodotti dalle due aziende sono rivolti a una clientela di fascia medio alta e il Tribunale rimprovera alle società “una colpevole inerzia e una mancata vigilanza” sulla produzione: in pratica non aver mai verificato le condizioni di sfruttamento in cui venivano prodotti i capi di abbigliamento (operai in nero, clandestini, pagati una miseria, senza ferie e riposo, con buste paga artefatte).
Diciotto lavoratori collaborano
Diciotto di questi lavoratori (albanesi e bengalesi) hanno collaborato alle indagini e per loro la Procura ha chiesto il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di giustizia. La Procura parla anche di anomalie negli “audit” aziendali. Questo è un problema antico. Molti brand si fanno scudo dei controlli formali sulla filiera produttiva, ma spesso questi controlli sono solo di facciata, chi deve essere controllato viene avvertito in anticipo e tutto risulta regolare, quando regolare non è.
Profitti per mezzo milione
Nel corso delle indagini è stata sequestrata una grande mole di documentazione: etichette, fatture, documenti di trasporto. La Procura calcola che grazie al sistema di sfruttamento sistematico i due imprenditori albanesi che hanno preso le commesse dalle due società italiane abbiano realizzato un profitto di mezzo milione di euro.
Costi ridotti e concorrenza alterata
In cambio, le due aziende italiane hanno abbattuto il costo del lavoro e hanno potuto mettere sul mercato prodotti a prezzi molto concorrenziali rispetto a chi invece ha prodotto senza sfruttare il lavoro, e questo ha inquinato la libera concorrenza.
La stessa Procura fa notare che si tratta del primo caso in cui alla base dei provvedimenti di amministrazione giudiziaria c’è il presunto sfruttamento da parte di imprenditori albanesi anziché cinesi nel distretto di Prato.
Il Tribunale di prevenzione ha nominato un amministratore giudiziario che per un anno gestirà le due società col compito di eliminare la filiera dello sfruttamento. Per il resto le due società potranno continuare a produrre e vendere la propria merce, ma dovranno farlo senza il doping della manodopera a basso prezzo.
Tutto è iniziato il 16 settembre 2025, quando davanti alla stireria L’Alba di Montemurlo alcuni operai che insieme al sindacato Sudd Cobas protestavano per le condizioni di lavoro nell’azienda a gestione albanese sono stati presi a pugni da una parente del titolare. Da lì è partita l’inchiesta della Procura di Prato. L’Alba è poi stata costretta a chiudere e dopo l’intervento della Provincia con un tavolo di confronto al quale hanno partecipato anche i committenti gran parte della manodopera è stata riassorbita in un’altra azienda. Tra i committenti c’erano anche Dixie e Patrizia Pepe, che all’inizio hanno fatto resistenza, ma poi hanno partecipato attivamente alla trattativa.
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