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Firenze blindatissima, le cariche e lo studente ferito: il viaggio nel corteo. “Dentro” i motivi e le facce della protesta

di Libero Red Dolce
Un momento del corteo
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Un momento del corteo

I momenti di maggiore tensione quando la polizia dice no all’ingresso in centro: la giornata in città era iniziata all’insegna di un’incertezza elettrica. Che cosa è successo

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FIRENZE. Tutto è andato bene a Firenze finché non si è deciso di chiudere l’accesso alle vie del centro, con un blocco in via Tornabuoni, la porta d’accesso al salotto buono della città. Lì il corteo si è bloccato sul ponte in un faccia a faccia con la polizia che è andato avanti per ore.

Un lunghissimo confronto, intervallato da momenti tesi. In almeno quattro occasioni manifestanti e cordone delle forze dell’ordine sono venuti a contatto. Con manganellate agli studenti, che hanno risposto con spinte e lanci di petardi. Qualche solitario, coperto dalla folla, ha tirato delle bottiglie generando quasi sempre nervosismo tra gli stessi manifestanti.

Risultato? Uno studente 30enne ferito, portato via dall’ambulanza con la testa aperta, almeno tre punti da mettere. «Ho preso una manganellata durante l’ultima carica», spiega mentre è sdraiato sul mezzo di soccorso. Eppure c’erano le condizioni perché non succedesse nulla.

Le ore precedenti: la vigilia elettrica

Firenze si è svegliata blindatissima. Spaventata. Controlli a ogni uscita dei binari delle stazioni, pattuglie che identificano nelle piazze. Una felpa nera o un paio di pantaloni da tuta sono quasi una garanzia per sentirsi chiedere: «Documenti?». I ragazzi stranieri con ancor più frequenza. Nella notte quasi tutte le grandi firme del lusso avevano deciso di proteggere le vetrine blindandole. Anche la metà delle gioiellerie su Ponte Vecchio scegli di rimanere chiusa. Accorgimento che si rivelerà inutile. I manifestanti, in quella parte della città, non ci arriveranno mai.

La giornata inizia all’insegna di un’incertezza elettrica. Le notizie mancano fino alle 15; non si sa se e dove ci sarà una manifestazione. I giornalisti girano a vuoto, le forze dell’ordine non sanno cosa aspettarsi, chi cerca un corteo non sa dove andare. Ci si muove di piazza in piazza, informazioni non ne arrivano. Dopo un po’si capirà il perché. L’animatore del Movimento 17 ottobre, che coordinava le varie piazze da Telegram con la strategia fluida del “be water” (non dare punti di riferimento, organizzarsi all’ultimo momento), era stato fermato in questura a Milano. E dunque niente indicazioni.

Daniela e gli altri

Alla fine a prendere in mano la situazione sono Daniela, una donna di 78 anni, e Luca, studente di Macerata, da un mese a Firenze. Non sono capipopolo, sono solo i più intraprendenti. Intavolano loro la trattativa che da piazza Santa Maria Novella vedrà un piccolo drappello di meno di cento persone ingrossarsi in una fiumana di migliaia di manifestanti, perlopiù giovanissimi, in una sfilata arrabbiata nei contenuti ma innocua nelle azioni. Un corteo pacifico, per nulla preparato o votato agli scontri.

Per dare una mano con l’organizzazione si fa avanti il consigliere comunale di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi, che offre supporto logistico a una piazza che ha davvero tutte le caratteristiche dello spontaneismo. «Vi aiuto ma non metto il cappello, le decisioni sono vostre», dice. La composizione è quella che ci si aspetta dai cortei di questi giorni. Giovanissimi, studenti e universitari, alcuni delle medie. Diversi di seconda o terza generazione. Ci sono anche adulti, ma in netta minoranza. Marco ha 22 anni, della provincia di Pisa, ha finito la triennale qui a Firenze ma non proseguirà «perché non posso più mantenermi qui. Lavoro come cameriere part-time, prendo meno di quello che spendo per una camera d’affitto». Quant’è? «Ti dico la stanza: 650 euro e ci entra a stento il mio letto».

Niente bandiere politiche

Non ci sono bandiere se non quelle che attraversano in modo magmatico questo movimento sfaccettato: c’è l’aquila nera su sfondo rosso albanese, qualche drappo della Palestina, il teschio dei pirati manga di One Piece. Niente bandiere politiche, niente classiche sigle del mondo progressista. Eppure è un corteo di sinistra, su questo poco da dire. I cori più duri li prendono tutti Meloni, Salvini e Vannacci. Ma quello che più infiamma, di preferenza indirizzato alle forze dell’ordine, soprattutto nei momenti tesi del confronto, è il manifesto della società precarie: «Siamo tutti sottopagati». L’appartenenza data dallo sfruttamento e dalla mancanza di lavoro prima ancora che dalle scelte ideologiche.

I motivi

Luca, il ragazzo che per primo ha avviato le trattative per fare sfilare il corteo, lo spiega bene: «Abbiamo visto fallire gli obiettivi della transizione energetica, abbiamo visto gli stipendi diventare miseri fino a non arrivare alla fine del mese, tutti i dati sull’Italia, quelli sulla ricerca e quelli sull’istruzione, ci collocano agli ultimi posti delle classifiche Ocse. Perché non dovremmo manifestare?». Qualche giornalista gli chiede cosa pensa delle violenze. Lui risponde sardonico: «Non voglio nemmeno parlare delle violenze, non è quello il punto per cui siamo qui. Vi sembra una piazza violenta? ». No, non lo è. Durante la sfilata del pomeriggio erano probabilmente due migliaia. Le vetrine? Non interessano a nessuno. Anzi, diversi commercianti applaudono il passaggio della manifestazione.

E gli incappucciati? Ci sono a onor del vero, ma talmente sparuti da potersi contare letteralmente sulle dita di due mani. Per gran parte del tempo non faranno nulla. E non avranno mai il riconoscimento del corteo. Il loro ruolo se lo ritagliano quando si arriva in via Tornabuoni e la digos comunica ai leader improvvisati che da lì non si passa iniziando un lungo confronto. Se n’erano accorti da soli: superato il ponte Santa Trinità tre cordoni di guardia di finanza, polizia e carabinieri sbarrano il passo. Ed è lì che la situazione cambia.

Le tensioni

I tentativi di parlamentare, che pure non si fermano mai, non portano a nulla. La decisione per gestire l’ordine pubblico è categorica: nella parte blindata non si passa. Ai negozi viene detto di chiudere. Mentre va in scena un lungo, nervoso, stallo tra le parti. Durerà tre ore. Il corteo si approssima ai cordoni, dapprima timidamente poi con decisione. «Servi, servi» è il coro più generoso. C’è chi prova a convincerli ad abbassare gli scudi, chi lancia lunghe invettive: «Siete nella nostra stessa situazione, vi pagano una miseria. Ma cosa difendete, le vetrine?», urla disperata Sofia, anche lei giovanissima studentessa universitaria.

Lo stallo però non è immobile. I manifestanti vogliono passare – «corteo, corteo» – rumoreggiano. Spingono. E quando la tensione sale, gli spintoni si fanno duri e dal dileggio e gli insulti si passa al contatto: le prime linee del corteo alzano le mani in senso di resa, ma dietro spingono. Per tre volte gli agenti rompono la formazione, usano gli scudi e i manganelli e respingono i manifestanti. Ma dopo poco si torna ravvicinatissimi. L’ultima carica, la più dura, arriva in serata. È quella che sarebbe costata la ferita alla testa allo studente.

Verso le 19, dopo ore di confronto, una parte di manifestanti riesce a entrare in via Tornabuoni. Altri, la maggior parte, restano tagliati fuori. E il corteo in serata riparte in direzione della stazione, ma è sfilacciato e alla fine si scioglierà. 

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