«Ma quindi sono vere le notizie sugli stupri?»: violenza nelle chat degli studenti, la telefonata al 112 che prova a fermare il panico
Due ragazze chiamano il numero d’emergenza per verificare i messaggi che annunciano l’arrivo di gruppi di presunti aggressori pronti a picchiare e stuprare. E in una chat pisana una falsa molestia si gonfia all’estremo
«Okay. Ma quindi non sappiamo se sono falsi oppure no?». È la domanda che una ragazzina toscana rivolge all’operatrice del 112, mentre al suo fianco un’amica filma la conversazione. Nelle chat stanno circolando messaggi che annunciano l’arrivo di gruppi di presunti aggressori, pronti a picchiare e stuprare. Le due ragazze non si accontentano di quello che leggono: vogliono capire se sia vero. E chiamano le forze dell’ordine.
La telefonata, registrata dalle stesse adolescenti e poi condivisa in numerose conversazioni, racconta un’altra faccia dell’allarme che in questi giorni ha attraversato la Toscana. Non quella di chi rilancia indiscriminatamente le voci, ma di chi prova a cercare una conferma prima di crederci. Un controcanto alla valanga di messaggi che ha alimentato paura e incertezza, soprattutto tra le più giovani.
Dall’altra parte della linea, l’operatrice spiega di essere già al corrente delle segnalazioni: «Sono arrivate tantissime segnalazioni e ho già passato tutto a chi di dovere e ci stanno già lavorando». Ma alla domanda decisiva, quella sull’attendibilità delle notizie, non può dare una risposta definitiva: «Al momento non sappiamo se sono fake news, se sono vere, non lo so. Ci stanno lavorando e io sto passando tutto ai miei superiori».
Le ragazze insistono, chiedono se sia possibile inviare video e fotografie. L’operatrice suggerisce di trasmettere il materiale a un numero dedicato, così da poterlo inoltrare a chi se ne sta occupando. E soprattutto invita alla calma: «Al momento le dico di stare tranquille, di non allarmarvi, di non creare ulteriore panico». Anche sull’eventuale chiusura delle scuole, spiega, bisogna attendere comunicazioni ufficiali. Alcuni presidi, già nella serata di mercoledì, avevano inviato delle comunicazioni ai genitori per spiegare che erano al corrente della situazione e avevano informato le autorità.
Quella tra la ragazza e l’operatrice è una conversazione semplice, con domande e risposte che restituiscono l’incertezza di quelle ore. Proprio per questo è significativa: le due adolescenti non danno per scontato che tutto quello che ricevono sui telefoni corrisponda alla realtà. Cercano un interlocutore istituzionale, chiedono chiarimenti, provano a capire come comportarsi. E il video, una volta circolato, finisce per diventare a sua volta uno strumento di rassicurazione e verifica.
Il fatto che molte delle voci diffuse non abbiano trovato riscontri non significa, però, che la paura sia stata immaginaria. Nei colloqui tra madri e figlie, diverse donne raccontano di essersi rese conto che anche le ragazze avevano percepito come eccessivo lo scenario dei duecento presunti stupratori annunciati nei messaggi. Una cifra enorme, difficile da credere. Ma questo non bastava a cancellare l’ansia: anche l’idea che potessero esserci in giro quattro o cinque potenziali aggressori continuava a fare, comprensibilmente, paura.
In questi dettagli si misura l’effetto della disinformazione. Non occorre credere a ogni dettaglio di una storia per sentirsi minacciati. Basta che resti il dubbio che qualcosa possa essere vero, che una voce si trasformi in una possibilità e quella possibilità condizioni le scelte quotidiane. Per una ragazza può voler dire avere paura di andare in stazione, chiedere di essere accompagnata o rinunciare a uscire.
La telefonata si chiude con l’indicazione di inviare il materiale raccolto a un numero che l’operatrice comunica alle ragazze. Restano le domande, e soprattutto l’incertezza sull’attendibilità delle segnalazioni che in quelle ore continuano a circolare. Materiale su cui stanno lavorando Polizia postale e Digos.
Il video, condiviso nelle chat, finisce così per affiancarsi ai messaggi che annunciano aggressioni e stupri, ma con una differenza: documenta il tentativo di capire che cosa stia succedendo.
Un atteggiamento che non è di tutti. Si prenda ad esempio un’altra delle chat dove alcuni ragazzi della provincia di Pisa si confrontano su una “notizia”. Secondo alcuni di loro un ragazzo straniero, a Pontedera, nella serata di mercoledì avrebbe cominciato a molestare le donne.
Dalle molestie i messaggi si gonfiano da poco in violenza sessuale: una, due, tre le vittime. Il ragazzo nel frattempo da bengalese diventa pakistano, da tredicenne diventa «uno più grande». Finché la bugia diventa così grossa da diventare insostenibile per chiunque nel gruppo. Anatomia di una piccola fake news dalla nascita alla morte.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=06fe731)