Garlasco, cos’è la storia del Dna sui pedali della bici di Alberto Stasi? Il mistero in laboratorio e tutta la storia riassunta data per data
Niente indagati, ma si dovrà accertare cosa è accaduto nei laboratori del Ris
GARLASCO. Il Dna sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi c’era il 19 settembre 2007, ma non il giorno dopo. Ma può una traccia genetica svanire in 24 ore? Per capire cosa è successo nei laboratori del Ris, in quei giorni, la Procura di Pavia ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti. Non ci sono, da quanto emerso, nemmeno ipotesi di reato, essendo peraltro prescritte buona parte delle possibili contestazioni (falso, omissione di atti d’ufficio o il più grave depistaggio). Il mistero del Dna sui pedali non è tema di poco conto, perché anche su quello si basò la sentenza di condanna per Alberto Stasi, a 16 anni di carcere. Oggi l’esame del campione di quelle tracce è messo in discussione dalla Procura di Pavia, oltre che dalla difesa di Alberto Stasi.
Cosa è emerso
Dalle nuove consulenze (Ugo Ricci e Pasquale Linarello per Stasi, Carlo Previderè e Pierangela Grignani per la Procura) emerge che qualcuno avrebbe nascosto o comunque si sarebbe “dimenticato” di consegnare alla difesa di Stasi e alla Pm di allora, Rosa Muscio, i risultati di due contro-analisi eseguite nei laboratori dei Ris il 20 settembre 2007. Per comprendere il mistero bisogna andare al 10 settembre, quando i Ris esaminarono con luminol e combur test (per rilevare sangue) la bici di Stasi, la Umberto Dei sequestrata pochi giorni dopo il delitto. I test diedero esito negativo, ma non così sui pedali, smontati ed esaminati l’11 settembre. Nove tracce, in particolare, furono isolate e risultarono positive al combur test. Da queste furono recuperati due campioni, poi analizzati come un unico campione. Il primo esame di laboratorio alla ricerca di Dna (il 16 settembre) diede esito negativo perché “inibito”. Tre giorni dopo, il 19 settembre, risultò invece una concentrazione di 2,78 nanogrammi. Quel Dna risultò essere di Chiara Poggi «oltre ogni ragionevole dubbio». Il giorno successivo, il 20 settembre, qualcuno però ai Ris di Parma fece due nuove prove di verifica, a quanto pare negative. La traccia di queste contro-analisi (che non compaiono nel fascicolo delle indagini del 2007) sarebbe emersa dai «raw data», i dati grezzi (i registri delle macchine usate per fare quelle verifiche), consegnati dai Ris alla procura di Pavia il 6 novembre 2025.
I verbali degli ex ufficiali
Per sbrogliare la matassa i pm pavesi hanno a disposizione le deposizioni di cinque ex ufficiali dei Ris, a cominciare da quelle del generale Luciano Garofano, che all’epoca comandava il reparto di investigazioni scientifiche. Tra gli ufficiali c’è anche il nome del tenente colonnello Marco Pizzamiglio, all’epoca vice comandante dei Ris. Il suo verbale restituisce il caos e il clamore mediatico in cui avvenne il sopralluogo dei Ris dopo il delitto: «Arrivati sul posto siamo stati aggrediti dalla stampa, io ho fatto fatica a scendere dalla macchina. Sono riuscito ad arrivare a sta porta con questi che ti aggredivano… e sono andato dentro, ho aperto e ho visto che c’era un mare di sangue. E quindi sono uscito e le prime ore e mezza, due, forse le abbiamo passate io e il colonnello Mattei a tirare giù dai soffitti, dagli alberi giornalisti, fotografi...». Ai pm parla anche di Garofano, che non era presente in quei giorni in ufficio, ma che quando tornò «so che ha riorganizzato... Ma lui lo faceva sempre questo... cioè doveva far vedere che era lui il comandante. So che è venuto a fare un altro sopralluogo. Non voleva che Marino e Mattei facessero i consulenti». Quando la pm Valentina De Stefano gli chiede se ricorda nello specifico l’esame sui pedali, Pizzamiglio risponde: «Ha fatto tutto Marino. Mi ricordo che un giorno in corridoio era contento per un esito, che poi mi avevano detto che era quello lì». Sono stati sentiti anche Giorgio Portera, genetista e carabiniere oggi in congedo, e lo stesso capitano Antonio Marino. Portera è stato sentito perché il test del 19 settembre 2007, quello che evidenziò il Dna di Chiara sulla bici di Stasi, fu eseguito dall’utente “Port” (secondo quanto registrato dal macchinario). Un nome utente che per i pm pavesi poteva stare per Portera. Martedì 29 settembre è arrivata la sua smentita, già spiegata ai pm Pavia: «Non ho mai svolto alcun sopralluogo, né firmato verbali o referti del caso Garlasco. Nello specifico, il collegamento della mia persona alle analisi del campione deriva dalla registrazione di un accesso effettuato con la mia user personale nell’ambito dell’ultima fase di lavorazione della specifica traccia».
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