Dopo il femminicidio in A1, Paolo Crepet: «C’è un solo rimedio alla strage». Il suo appello ai genitori
Lo psichiatra: stiamo crescendo degli adolescenti che si sentono intoccabili e quindi incapaci di ricevere un rifiuto
L’ultimo caso tragico e feroce di Firenze riapre la ferita della violenza sulle donne: una piaga sociale che si manifesta in forme fisiche, spesso fino alla morte, psicologiche, sessuali ed economiche. Analizziamo questo fenomeno strutturale e culturale, radicato nelle disuguaglianze di potere tra i generi, insieme al noto psichiatra e saggista Paolo Crepet.
Dottor Crepet, a cos’è dovuta questa continua violenza sulle donne da parte dei loro compagni o ex?
«Inizierei dai genitori, visto che i primi a dover essere educati sono proprio loro. Alcuni si compiacciono del fatto che i figli passino da una ragazza all’altra, in quanto espressione di virilità, del fatto che “ci sanno fare. Sono gli stessi genitori che vanno a scuola perché il professore “ha osato” mettere un brutto voto al figlio o, peggio, “si è permesso” di rimproverarlo. È più che naturale che, così facendo, questi adulti stiano crescendo degli adolescenti che si sentono intoccabili e quindi incapaci di ricevere un rifiuto. In questo modo i figli si sentono legittimati a commettere ogni nefandezza che, ahimè, può degenerare anche in gesti abominevoli, come appunto il femminicidio. Attenzione però: è vero che l’uomo deve essere educato a rispettare la donna, ma questo vale anche per quest’ultima».
In che senso?
«Nel senso che ad oggi abbiamo tante, troppe ragazze affascinate dal ragazzo violento. Qualche giorno fa, ad esempio, hanno arrestato un famoso trapper. Adesso mi chiedo: quante giovani donne seguono questi soggetti? Ma soprattutto, perché ne sono affascinate? Domande ovviamente retoriche, perché è scontato che alla base di tutto ci sia un problema culturale. Una falla educativa che, ancora oggi, porta le donne, sin da giovanissime, a essere attratte dal tipo che si atteggia come “l’uomo che non deve chiedere mai”, il solito tutto muscoli ma niente cervello. Ecco, se si iniziasse a insegnare alle ragazzine che la bellezza senza neuroni è tanto insignificante quanto nociva, magari le donne vittime di violenza diminuirebbero. Qui abbiamo un problema alla radice: un’educazione alla violenza. Non si nasce violenti, lo si diventa».
Secondo lei, cosa si dovrebbe fare per risolvere la situazione?
«La parola d’ordine è educazione. Non solo genitoriale, ma anche sociale. In questo senso, il ruolo delle amiche è fondamentale. Se i genitori sono ignari del fatto che la figlia esca con un ragazzo violento, e le amiche ne sono a conoscenza, devono intervenire e metterla in guardia, facendo qualcosa di concreto per allontanarla da quel soggetto. A tutto questo si aggiunge il problema dei social network: un vero e proprio specchietto per le allodole in cui le ragazzine ammirano il palestrato di turno con la faccia da duro, convinte che la virilità si riduca a muscoli, tatuaggi e atteggiamenti da bullo. Un’immagine completamente falsata del concetto di uomo, che finisce per influenzare negativamente sia i ragazzi che le ragazze. È chiaro che qualcosa non va e che bisogna svegliarsi, partendo proprio dall’educazione: insegnare sia agli uomini che alle donne che l’amore è rispetto reciproco e agli uomini che un rifiuto non è un fallimento».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
