Movida violenta in Toscana, l’allarme cresce: la “mappa” delle risse e le richieste dei sindaci – «Ma la sfida va oltre la repressione»
Nonostante ordinanze, telecamere, Daspo urbani e patti per la sicurezza, liti e pestaggi continuano a ripetersi. La presidente di Anci Toscana, Susanna Cenni: «C’è bisogno di un approccio che tenga insieme sicurezza e politiche sociali»
Un parcheggio trasformato in arena nel centro di Arezzo. Una rissa con coltelli e bottiglie tra i locali di Lido di Camaiore. Aggressioni e tensioni nel cuore della notte a Massa e Marina di Carrara. Cambiano le città, cambiano i protagonisti e i contesti, ma il copione sembra ripetersi. E soprattutto ripropone una domanda che da oltre vent’anni accompagna il dibattito pubblico: perché, nonostante ordinanze, telecamere, pattuglie, Daspo urbani e patti per la sicurezza, il tema continua a ripresentarsi con la stessa forza?
Violenza diffusa
L’ultimo fine settimana di maggio e l’inizio di giugno, con il ponte lungo, hanno consegnato alla Toscana una geografia della violenza diffusa. Ad Arezzo una ventina di ragazzi, molti minorenni, si sono affrontati a pochi passi dal centro storico e dai luoghi della movida. In Versilia lo scontro tra gruppi di giovani ha provocato feriti e denunciati, con un ragazzo che ha riportato una lesione particolarmente grave. A Massa, nel centro cittadino, residenti e commercianti hanno raccontato di episodi distinti di tensione e violenza nel corso della stessa notte. A Marina di Carrara, a poche ore dalla firma del Patto per la Buona Movida, un litigio è degenerato in un pestaggio e successivamente si sono registrati altri momenti critici nella zona della passeggiata. Vicende diverse tra loro, che non possono essere ricondotte a un’unica matrice. In alcuni casi emergono abuso di alcol e dinamiche legate alla vita notturna, in altri prevalgono motivazioni apparentemente futili, in altri ancora contano rivalità personali o di gruppo. Eppure esiste un elemento comune: la trasversalità geografica del fenomeno. Non riguarda una singola città, né un’area particolare della regione. Coinvolge capoluoghi, centri turistici, città della costa e dell’interno. Ed è proprio questa diffusione a rendere insufficiente qualsiasi lettura semplificata.
Non solo strumenti repressivi
«La preoccupazione è di tutti i sindaci, indipendentemente dall’appartenenza politica – osserva Susanna Cenni, presidente di Anci Toscana –. Siamo chiamati a comprendere fenomeni che presentano caratteristiche diverse, ma che ci interrogano tutti. Siamo davanti a cambiamenti profondi dei livelli di convivenza sociale e per questo serve un approccio strutturale e multilivello». Il punto, secondo Cenni, è evitare l’illusione che esista una soluzione unica. «Non c’è un solo responsabile della sicurezza. I sindaci sono in prima linea, ma il tema riguarda tutti i livelli istituzionali». Da tempo Anci chiede al Governo un rafforzamento del sistema della sicurezza urbana, a partire dagli organici. «C’è stata una riduzione delle forze di polizia in molte città e questo rappresenta un problema. Servono investimenti stabili e non interventi una tantum». Ma il nodo non riguarda soltanto il controllo del territorio. È qui che il dibattito si fa più complesso. Negli ultimi vent’anni il confronto pubblico si è concentrato soprattutto sugli strumenti repressivi e deterrenti: videosorveglianza, ordinanze, limitazioni alla vendita di alcolici, pattugliamenti straordinari, Daspo urbani. Misure che hanno prodotto effetti in alcuni contesti, ma che non sembrano aver modificato in profondità le cause dei fenomeni. La stessa Cenni invita a una riflessione critica. «Si parla molto del Daspo urbano, uno strumento che tutte le amministrazioni stanno adottando, ma che si sta rivelando poco efficace. La città non è uno stadio». Anche la videosorveglianza, aggiunge, resta importante ma non può essere considerata la risposta definitiva. «Continuiamo a investire nelle telecamere perché rappresentano un deterrente, ma da sole non bastano».
Sicurezza e politiche sociali
Dietro le cronache degli ultimi giorni emerge infatti una domanda più profonda: da dove nasce questa rabbia? Perché aumentano episodi in cui protagonisti sono adolescenti o giovani provenienti non solo da contesti familiari non marginali? Per la presidente di Anci Toscana la risposta non può arrivare esclusivamente dalle politiche di sicurezza. «C’è bisogno di un approccio che tenga insieme sicurezza e politiche sociali. Dobbiamo investire nell’azione educativa di strada, nella costruzione di relazioni, nella presenza educativa nei luoghi frequentati dai ragazzi».
Intercettare il disagio
È una prospettiva che sposta l’attenzione dall’emergenza alla prevenzione. Non significa rinunciare a controlli, sanzioni e presenza delle forze dell’ordine, ma affiancarli a interventi capaci di intercettare prima i segnali di disagio, isolamento o conflitto. «Le azioni permanenti di educativa di strada producono risultati», sottolinea Cenni. La sfida, dunque, non è soltanto contenere l’episodio successivo. È capire se la Toscana e il Paese siano in grado di leggere trasformazioni sociali che attraversano generazioni, territori e contesti differenti. Spesso, nel provare un’analisi del fenomeno, la voce dei ragazzi rimane sullo sfondo, inascoltata. I protagonisti relegati al ruolo di oggetti della narrazione, lasciando nell’oscurità le loro frustrazioni, i loro desideri e le loro voci. Vittime o carnefici, a seconda del contesto, materia di sociologie da bancone del bar, ma quasi mai soggetti attivi e consapevoli. Anche da qui – da qui più che da altrove – bisognerebbe partire per trovare la strada giusta per un nuovo patto sociale.
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