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Monte Faeta, a pranzo dopo aver bruciato gli sfalci: la catena di negligenze dei due indagati

di Pietro Barghigiani

	Il Monte Faeta devastato dal fuoco
Il Monte Faeta devastato dal fuoco

L’inchiesta: neanche al ritorno si erano accorti delle fiamme nel bosco. Sono almeno tre gli errori fatali: cosa rischiano

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LUCCA. Quando si sono resi conto del danno che avevano combinato sul Monte Faeta, la disperazione è stato l’unico sentimento espresso a chi gli stava vicino.

Non hanno accampato scuse, e diversamente sarebbe stato difficile fornire un’alternativa credibile, i due soci della ditta di giardinaggio indagati per incendio boschivo colposo aggravato dall’estensione dell’area colpita (720 ettari di bosco) e una casa distrutta, sul Monte Faeta e parte dei Monti Pisani.

Entrambi lucchesi, i titolari della piccola attività con sede a Lucca, dopo aver ammesso di aver bruciato gli sfalci raccolti nell’oliveta sono stati interrotti dai carabinieri della Forestale. In quello stesso istante sono passati da persone informate sui fatti a indagati. E, per legge, tutto quello che avrebbero riferito di lì in poi, senza un legale, non sarebbe stato utilizzabile. Consegnato sabato pomeriggio in Procura, il fascicolo stamani sarà sul tavolo del magistrato titolare delle indagini, Salvatore Giannino.

Gli errori fatali

La sequenza dei fatti al momento è chiara nel suo sviluppo, dall’imperizia al disastro ambientale, sintetizzata nell’informativa della Forestale. Sono almeno tre gli errori attribuiti ai due indagati.

Dopo aver ammassato il fogliame e aver appiccato il fuoco, i due martedì mattina sono andati a mangiare. E, infine, seconda negligenza, avevano messo la catasta di rami e potature a meno di un metro dall’area boschiva.

A quella distanza il fuoco si è mosso verso gli alberi innescando l’inferno. Quando sono tornati, terza disattenzione, non si sarebbero resi conto che le fiamme si erano propagate nel bosco. È stato un vicino a dare l’allarme all’insaputa dei due operai agricoli. Quando, mercoledì mattina, i carabinieri forestali li hanno sentiti su origine e dinamica dell’episodio, sono bastati pochi minuti per dare forma ai sospetti iniziali.

Cosa rischiano

La contestazione di partenza prevede l’accusa di incendio boschivo colposo aggravato per il «danno grave, esteso e persistente all’ambiente». Un reato che prevede pene da 3 a 7 anni e mezzo di reclusione. In parallelo c’è l’aspetto del risarcimento dei danni. Ad oggi è difficile fare una stima attendibile. I terreni bruciati appartengono a privati e al Demanio. In caso di condanna – come per il piromane di Calci (1200 ettari in fumo, 4 case bruciate e 8 danneggiate) – nella sentenza vengono stabilite provvisionali con importi da definire in sede civile. È facile, nel caso del Monte Faeta, alzare l’asticella su cifre milionarie che ricadranno in capo agli eventuali condannati.

Quando anche gli ultimi focolai saranno spenti, si passerà con il gps alla perimetrazione delle aree scarnificate dalle fiamme per procedere con l’imposizione dei vincoli che per legge devono essere applicati sui terreni colpiti da incendi. Per la bonifica delle aree, come già avvenuto per il Monte Serra nel 2018, un contributo sostanziale potrà arrivare dalla Regione per sostenere un’opera di piantumazione. Ma sarà necessario riconoscere lo stato di calamità naturale. Un ritorno alla vita di un habitat naturale sfregiato dal fuoco che per anni si mostrerà dall’alto con quel colore ustionato.

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