Medici di famiglia, il no alla riforma Schillaci: contrari a diventare dipendenti. Biancalani: «Ecco cosa serve davvero»
La nostra intervista a Niccolò Biancalani, segretario regionale della Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale
«In Lombardia ci sono 160mila pazienti senza medico di famiglia, in Sardegna addirittura 600mila. In Toscana siamo su quota diecimila». Snocciola i dati Niccolò Biancalani, segretario regionale della Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale. Per dire soprattutto una cosa: «È corretto parlare di emergenza e di penuria di medici se il dibattito è nazionale, ma in Toscana la crisi è più contenuta: l’abbiamo avuta, fra il 2022 e il 2023, e, già da tempo, si è cominciato a risolverla».
Nelle aree periferiche e montane, però, sale la protesta.
«È vero che in questi territori abbiamo qualche problema in più perché è complicato che i medici vi si trasferiscano, a meno che, ovviamente, non ci siano nati o cresciuti. Ma anche lì siamo riusciti a intervenire proprio grazie alle Aft, le Aggregazioni funzionali territoriali di medici che in Toscana, insieme alla Regione, stiamo sostenendo tantissimo».
In che modo state intervenendo?
«Chiedendo, a turno, ad alcuni medici dell’Aft di riferimento di andare a fare ambulatorio nelle comunità più periferiche, come alcune zone delle Apuane, della Valle del Serchio e dell’Amiata. Ovviamente con un incentivo economico».
In generale quanti medici di famiglia mancano in Toscana?
«Oggi circa ottanta. Consideri che in Lombardia e Sardegna ne servirebbero, rispettivamente, più di 600 e circa 500. In Toscana, peraltro, la carenza diminuirà ulteriormente a brevissimo dato che a maggio entreranno in servizi i medici che hanno vinto il posto nel 2026. Noi l’emergenza vera l’abbiamo avuta tre o quattro anni fa. Ma abbiamo messo in campo le strategie e gli interventi per affrontarla».
Che cosa è stato fatto?
«In primo luogo, hanno funzionato le riforme fatte allora, come l’aumento degli studenti di medicina e delle borse di studio. A ciò, però, va aggiunto l’accordo integrativo regionale siglato un anno fa, capace di utilizzare gli strumenti contrattuali esistenti per rendere operative le Case di Comunità e le Aggregazioni funzionali territoriali...».
Ovvero?
«Abbiamo puntato sul lavoro d’équipe portando le Aft nelle Case di Comunità. Lo stiamo facendo, soprattutto, grazie all’accordo integrativo con l’amministrazione regionale che ha previsto i rimborsi necessari per dotare le aggregazioni di medici di segretaria e infermiere, un contributo fondamentale per sgravare i medici da compiti burocratici e altre incombenze, per dedicare più tempo ai pazienti. In Toscana stiamo costruendo un modello che funziona, ma è vero che il problema, a livello nazionale, è acuto: la questione centrale, però, è capire quali sono le cause del problema e, conseguentemente, andare alla ricerca delle soluzioni».
Ce lo dica lei: perché in Italia mancano medici di famiglia?
«I giovani non lo vogliono più fare. Attenzione, non sto parlando in generale della professione medica: ci sono specializzazioni in cui i medici abbondano. E altri settori del Sistema sanitario nazionale nei quali vi sono carenze clamorose: è il caso nostro, ma anche dei pronto soccorso e della medicina d’urgenza. Andrebbero introdotti incentivi e interventi per rendere più appetibile il lavoro del medico di famiglia. Invece si va in direzione opposta...».
A cosa si riferisce?
«Ai progetti di riforma presentati in questi giorni dal ministro Schillaci, ad esempio. E, in generale, alle periodiche discussioni sul cambiamento del nostro inquadramento professionale: da liberi professionisti a dipendenti. O, comunque, un po’ e un po’, ossia la logica del doppio canale».
Perché, secondo voi, non va bene?
«Chi ha scelto la medicina generale ha optato la libera professionale e l’autonomia organizzativa ed è contro la dipendenza. Pensare di risolvere il problema della carenza dei medici proponendo loro ciò da cui fuggono è privo di ogni logica: allontanerebbe ancora di più i giovani medici e spingerebbe molti colleghi vicini alla pensione a uscire rapidamente dal sistema, aggravando una carenza assistenziale già oggi pesantissima».l
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