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Medici di famiglia, il no alla riforma Schillaci: contrari a diventare dipendenti. Biancalani: «Ecco cosa serve davvero»

di Francesco Paletti
Medici di famiglia, il no alla riforma Schillaci: contrari a diventare dipendenti. Biancalani: «Ecco cosa serve davvero»

La nostra intervista a Niccolò Biancalani, segretario regionale della Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale

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«In Lombardia ci sono 160mila pazienti senza medico di famiglia, in Sardegna addirittura 600mila. In Toscana siamo su quota diecimila». Snocciola i dati Niccolò Biancalani, segretario regionale della Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale. Per dire soprattutto una cosa: «È corretto parlare di emergenza e di penuria di medici se il dibattito è nazionale, ma in Toscana la crisi è più contenuta: l’abbiamo avuta, fra il 2022 e il 2023, e, già da tempo, si è cominciato a risolverla».

Nelle aree periferiche e montane, però, sale la protesta.

«È vero che in questi territori abbiamo qualche problema in più perché è complicato che i medici vi si trasferiscano, a meno che, ovviamente, non ci siano nati o cresciuti. Ma anche lì siamo riusciti a intervenire proprio grazie alle Aft, le Aggregazioni funzionali territoriali di medici che in Toscana, insieme alla Regione, stiamo sostenendo tantissimo».

In che modo state intervenendo?

«Chiedendo, a turno, ad alcuni medici dell’Aft di riferimento di andare a fare ambulatorio nelle comunità più periferiche, come alcune zone delle Apuane, della Valle del Serchio e dell’Amiata. Ovviamente con un incentivo economico».

In generale quanti medici di famiglia mancano in Toscana?

«Oggi circa ottanta. Consideri che in Lombardia e Sardegna ne servirebbero, rispettivamente, più di 600 e circa 500. In Toscana, peraltro, la carenza diminuirà ulteriormente a brevissimo dato che a maggio entreranno in servizi i medici che hanno vinto il posto nel 2026. Noi l’emergenza vera l’abbiamo avuta tre o quattro anni fa. Ma abbiamo messo in campo le strategie e gli interventi per affrontarla».

Che cosa è stato fatto?

«In primo luogo, hanno funzionato le riforme fatte allora, come l’aumento degli studenti di medicina e delle borse di studio. A ciò, però, va aggiunto l’accordo integrativo regionale siglato un anno fa, capace di utilizzare gli strumenti contrattuali esistenti per rendere operative le Case di Comunità e le Aggregazioni funzionali territoriali...».

Ovvero?

«Abbiamo puntato sul lavoro d’équipe portando le Aft nelle Case di Comunità. Lo stiamo facendo, soprattutto, grazie all’accordo integrativo con l’amministrazione regionale che ha previsto i rimborsi necessari per dotare le aggregazioni di medici di segretaria e infermiere, un contributo fondamentale per sgravare i medici da compiti burocratici e altre incombenze, per dedicare più tempo ai pazienti. In Toscana stiamo costruendo un modello che funziona, ma è vero che il problema, a livello nazionale, è acuto: la questione centrale, però, è capire quali sono le cause del problema e, conseguentemente, andare alla ricerca delle soluzioni».

Ce lo dica lei: perché in Italia mancano medici di famiglia?

«I giovani non lo vogliono più fare. Attenzione, non sto parlando in generale della professione medica: ci sono specializzazioni in cui i medici abbondano. E altri settori del Sistema sanitario nazionale nei quali vi sono carenze clamorose: è il caso nostro, ma anche dei pronto soccorso e della medicina d’urgenza. Andrebbero introdotti incentivi e interventi per rendere più appetibile il lavoro del medico di famiglia. Invece si va in direzione opposta...».

A cosa si riferisce?

«Ai progetti di riforma presentati in questi giorni dal ministro Schillaci, ad esempio. E, in generale, alle periodiche discussioni sul cambiamento del nostro inquadramento professionale: da liberi professionisti a dipendenti. O, comunque, un po’ e un po’, ossia la logica del doppio canale».

Perché, secondo voi, non va bene?

«Chi ha scelto la medicina generale ha optato la libera professionale e l’autonomia organizzativa ed è contro la dipendenza. Pensare di risolvere il problema della carenza dei medici proponendo loro ciò da cui fuggono è privo di ogni logica: allontanerebbe ancora di più i giovani medici e spingerebbe molti colleghi vicini alla pensione a uscire rapidamente dal sistema, aggravando una carenza assistenziale già oggi pesantissima».l
 

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