La morte di Giacomo Bongiorni e la violenza giovanile, la psicologa: il tipo di educazione che manca e il ruolo degli adulti
La psicologa Maria Antonietta Gulino parla di effetto branco e confusione tra realtà e videogiochi: «Viviamo un’epoca che pensa di togliere la fatica del vivere sostituendola con la velocità del mondo “in tasca”»
«Quell’uomo stava insegnando il bene sia a suo figlio sia a quei giovani ragazzi». Secondo Maria Antonietta Gulino, presidente dell’Ordine degli psicologi della Toscana e del consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, serve l’educazione affettiva per far sì che tragedie come quella avvenuta a Massa non si ripetano.
Dottoressa Gulino, vorremmo capire con lei il lato psicologico di quanto accaduto a Massa. Cosa scatta in un gruppo di giovani davanti a un richiamo all’ordine?
«Quanto è accaduto è purtroppo evidente in tutta la sua drammaticità emotiva. Ci sono reazioni legate a fastidi, a un senso di onnipotenza, a disagi vari. In questo caso, quell’uomo stava semplicemente dicendo di fermarsi. Lo faceva con un doppio obbligo educativo: stava insegnando al figlio la differenza tra bene e male mentre altri giovani si comportavano male. Il problema è che arriva un momento in cui l’azione contro le cose o le persone supera il limite. Non ci si rende conto che si sta eccedendo: si passa dalla “bravata” a comportamenti violenti che provocano la morte, come se fosse solo un’escalation quantitativa, senza riconoscere l’emozione profonda che c’è sotto».
Il fatto che fossero in gruppo ha cambiato radicalmente l’esito della vicenda?
«Certamente. L’effetto del gruppo diventa esponenzialmente più forte. Questi giovani, che spesso io definisco non come “mostri” ma come soggetti in grave difficoltà a gestire se stessi, nel branco perdono la bussola. Magari non c’è la volontà esplicita di provocare la morte, ma c’è un’assoluta inconsapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni».
Un quindicenne può davvero non capire che una spinta o un attacco possono essere fatali?
«Per questo insistiamo sull’educazione affettiva ed emotiva nelle scuole. Questi giovani ci stanno segnalando che sono alla deriva rispetto all’autoconsapevolezza. Hanno bisogno di guide. Il senso del limite, il famoso “ no” che ha un valore educativo pari se non superiore al “sì”, deve essere insegnato fin da piccoli. Il “no” è un semaforo rosso: ti dice che non puoi superare quella striscia perché è pericoloso per te e per gli altri».
Perché oggi questo limite sembra essere svanito?
«L’adolescenza è per definizione l’età dello smodato, della ribellione per differenziarsi dagli adulti. Ma se non hai interiorizzato il senso del limite da bambino, in queste circostanze rischi di rovinare la tua vita e quella degli altri. Molti giovani oggi chiedono, con i loro comportamenti: “Chi si prende cura dei nostri eccessi? Dove sono gli adulti?”. Abbiamo bisogno di figure che dicano cosa si può e cosa non si può fare, specialmente in una realtà dove il virtuale e il reale si intrecciano continuamente».
In che modo il mondo virtuale influisce su questa aggressività?
«Nel mondo virtuale se qualcuno muore in un videogioco, poi si rialza e torna a combattere. Nel mondo reale non accade. Abbiamo bisogno di un’educazione digitale che vada di pari passo con quella affettiva. Non possiamo più vivere senza smartphone, ma dobbiamo imparare a usarlo in modo che non alimenti pensieri e comportamenti distruttivi, verso se stessi o verso gli altri, che nella rete sono sempre a portata di mano».
Basterebbe portare l’educazione affettiva stabilmente tra i banchi per evitare casi come quello di Massa?
«Sono convinta che se a scuola potessimo riflettere su come gestire la gamma di emozioni che si provano in adolescenza, avremmo risolto molti problemi. Serve imparare il self-control: come non trasformare la rabbia, che è un’emozione lecita, in violenza? Viviamo un’epoca che pensa di togliere la fatica del vivere sostituendola con la velocità del mondo “in tasca”. Ma a quell’età non ci si può gestire da soli, non si è abbastanza grandi per assumersi tutta la responsabilità della propria vita».
In questi giorni si torna a parlare di misure repressive, come i metal detector nelle scuole. È questa la strada per la sicurezza?
«La sicurezza è importante, ma non si risolve con un metal detector. Quello che stiamo commentando è successo per strada e non è servito un coltello per uccidere. È stata un’emotività senza freni e senza consapevolezza. Dobbiamo occuparci delle cause: perché un ragazzo aggredisce una persona che gli sta solo dicendo “Fermati, stai sbagliando”? Se non ci occupiamo dell’inconsapevolezza degli esiti, i metal detector serviranno a poco».
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