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L'intervista

Guerra e bambini, Paolo Crepet: «Dire la verità senza ferire, ma ci sono espressioni da evitare»

di Angelica Amodei
Guerra e bambini, Paolo Crepet: «Dire la verità senza ferire, ma ci sono espressioni da evitare»

Come spiegare la guerra ai bambini senza traumatizzarli: i consigli dello psichiatra Paolo Crepet tra verità, rassicurazione ed educazione alla pace

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Come si racconta la guerra a un bambino senza tradire la verità, ma senza ferirlo? È una domanda frequente tra i genitori da quando i telegiornali, purtroppo, ci parlano sempre di più della guerra. E i bambini sono lì davanti, ascoltano, così come sentono i discorsi dei genitori. Come comportarci?

Ne abbiamo parlato con lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che invita a non mentire, ma a scegliere parole capaci di proteggere senza nascondere. Il popolare sociologo ha appena pubblicato un libro che parla anche ai giovani, dal titolo Riprendersi l’anima, edito da Sperling & Kupfer. Davanti alla tentazione di cedere a chi vuole annientarci, con la guerra, con il controllo, con la tentazione di rinunciare al fuoco che arde in noi, Crepet ricorda a sé stesso e a chi decide di intraprendere questo viaggio con lui, per cosa vale la pena vivere.

Chiediamo allora a Crepet: i bambini sentono tanto parlare di guerra. Se ne parla a casa, magari con i telegiornali accesi e fanno domande. Come dobbiamo comportarci?

«Abbiamo il compito di spiegare ai bambini, non di nascondere quello che ci accade intorno. Anche perché anche quando sono piccoli hanno le antenne. Captano tutto, non pensiamo di ingannarli. In ogni caso bisogna spiegare che cosa sta succedendo, a maggior ragione quando l’età è quella delle elementari o delle medie inferiori. Io non sono d’accordo con chi ritiene che sia meglio non dire».

Ma come spiegare?«

«Certamente vanno rasserenati. Non gli dici: ‘Oggi bombardano tutto’. Però non voglio nemmeno sentire che non bisogna parlarne. Perché i bambini chiedono e hanno il diritto di ricevere risposte».

E lo chiedono davvero: ‘Mamma, ma la guerra è lontana? Può arrivare anche da noi? Può arrivare un missile da noi?’ Come non generare ansia nel bambino?

«Intanto cerchiamo di dare ai nostri figli un’educazione alla pace. I bollettini di guerra ce li raccontiamo tra adulti. Detto questo, dobbiamo essere noi genitori a gestire per primi le nostre ansie. Perché se noi siamo preoccupati e ci rivolgiamo con angoscia ai nostri figli trasmettiamo loro solo angoscia».

Un esempio?

« Le faccio un esempio: quando passiamo in una zona di una città dove ci sono persone povere, magari sdraiate a terra che dormono. Ecco, ai bambini va spiegato che esiste la povertà. È complicato, ma si fa. Così come quando qualcuno in famiglia sta male: bisogna spiegare che nella vita può succedere, ma esistono le cure, ci sono i medici, c’è chi l’aiuta. Un bambino deve crescere sapendo che il medico è una persona competente, che ha studiato, che merita rispetto. Così come il maestro e la maestra meritano rispetto».

Questo rassicura il bambino...

«Certamente. Se, invece, il bambino sente il genitore che critica il medico o il maestro, gli togli fiducia. Gli togli punti di riferimento. E aumenti l’ansia. Se a scuola il bambino sente dire dalla mamma che l’insegnante non è brava, cosa deve pensare un bambino delle elementari?».

Cosa provoca?

«Questo è un danno incommensurabile. Io queste cose le dico da più di trent’anni. La gente viene ad ascoltarmi, prende appunti… ma purtroppo spesso si rifanno gli stessi errori».

Perché accade questo professore?

«Il problema siamo noi. Viviamo in una cultura che ha eliminato il dolore. Non esiste più. Tutto è anestetizzato. E, invece, con la vita bisogna fare i conti. Per questo serve parlare anche della guerra. Può essere l’ultima occasione per educare alla pace».

Cioe?

«Per spiegare quanto è assurda, quanto è una cosa da irresponsabili».

A parte la guerra, leggiamo sempre più spesso di atti di violenza, anche verso i più deboli, addirittura nei confronti di animali indifesi…

«Siamo circondati da tanta violenza. Ragazzi morti per niente. Gli animali non fanno queste cose. Un animale non spacca la testa a un altro animale perché non ha niente da fare. Questo lo fanno gli uomini. E allora questa vicenda della guerra rafforza una cosa che dico da tempo: l’adolescentizzazione degli adulti».

In che senso?

«Adulti che fanno i ragazzi. Tutti uguali».

Cosa provoca?

«La guerra diventa un gioco, un war game, una PlayStation. E invece è la cosa più seria che esista».

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