Il Tirreno

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Economia

La Toscana è una terra da sfruttare: il mondo illegale vale l’1,1% del Pil – Il report

di Manolo Morandini

	La presentazione del rapporto
La presentazione del rapporto

Lo studio dei ricercatori Irpet sul peso e le modalità delle infiltrazioni mafiose. Le spie sono i reati economici e fiscali: evasione, false fatture, società di comodo, riciclaggio e contraffazione

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È un territorio strategico la Toscana per le organizzazioni criminali, soprattutto per l’investimento e il reimpiego dei proventi illeciti. Tra i settori più esposti ci sono manifatturiero, turismo, ristorazione, gestione dei rifiuti. Queste le caratteristiche di una realtà che per sua natura sfugge all’osservazione, ma che i ricercatori Irpet provano a quantificare nell’ultimo Rapporto su illegalità e criminalità organizzata nell’economia della Toscana. Tra sommersa e illegale c’è un’economia che vale 14,3 miliardi di euro. Solo quella illegale ha un giro d’affari di un miliardo e mezzo, pari all’1,1% del Pil regionale. Mentre le attività nascoste alle autorità fiscali, ovvero il sommerso, si attestano su un valore di 12, 8 miliardi.

Complessivamente l’economia non osservata rappresenta il 10,3% del Pil della Toscana, in linea con il dato nazionale (10, 2%). Si tratta di un ordine di grandezza non trascurabile, che è il riflesso delle caratteristiche di una regione economicamente evoluta che rappresenta un’area permeabile alla realizzazione di reati economici. Le mafie non esprimono sul territorio un radicamento stabile, quanto piuttosto utilizzano il mercato e il sistema produttivo per affari illeciti, prevalentemente indirizzati al riciclaggio. Il tutto con differenze significative tra le province. Le più esposte sono Prato, Firenze e Massa-Carrara, dove si concentra un maggior numero di indicatori di rischio, che vanno dalla presenza di beni confiscati ai procedimenti giudiziari e flussi sospetti di capitale.

L’analisi dei ricercatori Irpet conferma la strategia silenziosa delle mafie, che privilegiano l’investimento e il controllo economico rispetto alla violenza esplicita. Evidenti segnali di infiltrazione sono i reati economici e fiscali (false fatture, evasione, contraffazione, società di comodo e riciclaggio), spesso porta d’ingresso della criminalità organizzata.

Le mafie, tradizionali e straniere, si insinuano nelle aree produttive più dinamiche, come quella tra Firenze, Prato Pistoia, nei territori costieri legati alla logistica. Il rischio principale non è tanto l’insediamento di cosche tradizionali, quanto l’infiltrazione in settori economici e amministrativi deboli, anche attraverso forme di criminalità economica sofisticata. Per dare una dimensione l’esposizione al rischio è medio-bassa, e colloca la Toscana al 9º posto tra le regioni italiane. Nelle classifiche di dettaglio, gli indicatori oggettivi di presenza mafiosa, come il radicamento di associazioni criminose e le interdittive antimafia, la collocano al 15º posto; quelli di dominio del territorio e dei cosiddetti reati spia – danneggiamenti e estorsioni – al 12º. Ma sale al 4º posto per le attività illecite: riciclaggio, contraffazione, reati ambientali e ciclo dei rifiuti, narcotraffico.

La Direzione investigativa antimafia, evidenzia Irpet, sottolinea inoltre la crescente pericolosità della criminalità organizzata cinese, in particolare nell’area di Prato, al centro di un’escalation di violenza tra gruppi in conflitto, configurando una vera e propria “guerra di mafia”. Anche la criminalità albanese è in espansione, con interessi in traffici di droga (ambito in cui risulta dominante) , riciclaggio e compravendita di immobili e attività economiche.

Il tessuto economico mostra capacità di tenuta, pur tra fattori che di potenziale esposizione al rischio di situazioni illecite. Il fenomeno delle imprese “cartiere” – funzionali non alla produzione ma ad attività di elusione, riciclaggio e evasione – resta presente, ma l’incidenza di rischio è sotto la media nazionale: 4,4% contro 5,2%. Altri sintomi di esposizione all’economia illegale o sommersa sono l’eccesso di mortalità precoce così come la chiusura e la creazione di nuove società. Spicca il dato sul lavoro irregolare: 137mila occupati, pari all’8% dei lavoratori toscani. Il fenomeno è radicato nel tessile e nell’agricoltura e, geograficamente, a Prato, Livorno, costa tirrenica e nelle aree rurali e interne.

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