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Referendum, il campo largo è avanti se trasferissimo il voto sui collegi. Ma 29 restano in bilico

di Mario Neri

	Festeggiamenti a Roma dopo la vittoria del "No"
Festeggiamenti a Roma dopo la vittoria del "No"

L’analisi dell’Istituto Cattaneo, il Sud rompe gli schemi: sono lì i numeri più alti di dissidenti di centrodestra. E la maggioranza di Meloni paga anche l’astensione

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Sessantanove collegi al campo largo, quarantanove al centrodestra, ventinove in bilico. È da qui che conviene partire, perché la fotografia più utile del referendum non è quella del risultato nazionale ma la sua proiezione sugli uninominali. Di che colore sarebbe l’Italia se trasponessimo il voto per il referendum sulla struttura della legge elettorale con cui si elegge il Parlamento e di fatto decide chi va a Palazzo Chigi. Un vantaggio c’è, ed è per le opposizioni. Ma è uno scarto che galleggia su un equilibrio instabile. Basta poco per spostarlo e mandarlo in frantumi.

Che cosa emerge dall’analisi

È ciò che emerge dall’analisi dell’Istituto Cattaneo. Quello di uno dei centri di ricerca sulla politica più noti di Italia è un instant report costruito su 30 città medio-grandi. La ricerca entra dentro i flussi e prova a capire cosa è successo davvero. Non il dato finale, ma i movimenti. E il primo scostamento rispetto al passato nella lettura del voto è la partecipazione. Il centrosinistra e il campo largo portano alle urne quasi tutti i propri elettori. Astensione prossima allo zero in molte realtà. Milano, Bologna, Firenze sono blocchi compatti. Veri fortini del No. Nelle città toscane il dato è ancora più netto: Firenze e Prato consegnano percentuali schiacciate sul No alla riforma, con elettorati allineati e mobilitati.

Dall’altra parte il centrodestra si presenta meno, diserta. Una fetta di elettorato compresa tra il 13 e il 15 per cento di chi si era recato alle urne nel 2022 per eleggere il governo Meloni è rimasta casa. Non è un’anomalia rispetto alla storia dei referendum. Ma diventa decisivo nel confronto con chi invece si mobilita. È qui che si apre il margine, la falla in cui è precipitato il Sì. Se quella quota fosse rientrata, il Sì avrebbe guadagnato fino a quattro punti. Il risultato cambierebbe faccia. Certo, non abbastanza per ribaltarlo ovunque, ma per riaprire molti collegi uninominali sì.

Il voto divergente?

Il secondo dato è la disciplina. Gli elettorati seguono la linea dei rispettivi campi. Il voto divergente è limitato. La dissidenza rispetto alla “disciplina di partito” è contenuta, sporadica. Ma non nulla. Ed è proprio dentro questo deficit di allineamento che si trovano i segnali più interessanti. Tra gli elettori del centrodestra emergono sacche di dissenso. Nel Nord sono marginali. Nel Sud talvolta dilaganti. In alcune città meridionali tra il 10 e il 30 per cento di chi aveva votato centrodestra sceglie il No. È un dato che rompe lo schema. A Napoli, a Palermo, in parte in Puglia, il voto si muove in modo meno ideologico, più fluido. Più imprevedibile.

È il Sud la vera anomalia. Dove il referendum perde rigidità e diventa altro. Dove anche una quota di elettori del centrosinistra si sposta sul Sì. Scambi incrociati. Un terreno meno polarizzato, più permeabile. Un laboratorio. Qui il centrodestra tiene meno e il campo largo non si consolida del tutto. È la zona in cui si giocano le sorprese. Ed è qui che i partiti dovranno capire quanto questa fluidità potrà tradursi in diaspora definitiva del consenso o essere stata una fuitina dalla casa madre di riferimento.

La mappa

Nel resto del Paese la mappa è più ordinata. Nord e grandi aree urbane segnano una prevalenza netta del No. Nelle ztl ragionanti e borghesi pare prevalere il sentimento anti-Meloni. Milano quasi plebiscitaria, Bologna allineata, Firenze quasi bulgara. Anche Genova e gran parte dell’Emilia confermano lo schema. Dall’altra parte il Sì trova spazi più ampi nelle zone meno urbanizzate e in parte del Mezzogiorno. Ma ovunque senza sfondare.

C’è poi il Terzo polo, che resta una terra di mezzo. Gli elettori di Azione e Italia Viva si dividono. Due terzi votano Sì, un terzo No. Non è un dettaglio. È un bacino contendibile, che non si lascia trascinare completamente dentro uno dei due blocchi. In un sistema così equilibrato, pesa. E peserà alle Politiche. Il Movimento 5 stelle rappresenta un altro snodo. Rispetto alle europee e alle regionali torna a votare. E vota in modo granitico. Il recupero di partecipazione è evidente. Segno che la mobilitazione ideologica, quando è percepita come rilevante, funziona.

Alla fine il quadro è questo. Due blocchi che si equivalgono nelle dimensioni. Una differenza che nasce più dalla partecipazione che dal convincimento. Una geografia che ricalca divisioni già viste ma introduce variabili nuove, soprattutto nel Sud.

La “partita”

E la partita ora si gioca soprattutto sulla trasposizione che l’istituto Cattaneo fa del voto sui collegi uninominali del Rosatellum. E la fotografia che ne esce è netta: quei ventinove collegi contendibili, incolori, tengono aperta la sfida. Certo, forse per la prima volta dall’incoronazione di Giorgia Meloni, s’è rotto l’incantesimo plebiscitario. Il referendum non consegna una nuova maggioranza al Paese. Ma indica il campo di gioco. E suggerisce una cosa semplice: chi riesce a portare più elettori al voto, vince. Anche quando parte in svantaggio.

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