Sanremo 2026, le pagelle della prima serata: Arisa e Levante da 9. Fedez e Masini: fortuna che c’è Marco. Nigiotti: pezzo potente
I nostri giudizi alle canzoni in gara nella prima serata del festival. Deludono Raf e Ermal Meta (ma non sono i peggiori)
SANREMO. Le nostre pagelle alla prima serata del Festival di Sanremo 2026. Per noi le migliori canzoni sono quelle di Arisa e Levante, che prendono 9. I toscani? Enrico Nigiotti ci piace. Marco Masini anche, ma paga un Fedez per noi poco convincente.
Lda e Aka 7even: 6,5
Dargen scansati, c’è un altro tormentone in arrivo per le prossime settimane post Ariston. Questi due bravi scugnizzi spaccheranno in radio e su Spotify. E nel televoto potrebbero essere una sorpresa. Napoli si mobilita sempre.
Francesco Renga: 6,5
Non sbaglierebbe una nota nemmeno se cantasse fra le mine anti-uomo con quel diaframma di acciaio che si ritrova. Non mi spiegherò mai perché lo usi per queste strofe melody, io lo sogno ancora con i capelli lunghi che si muovono sulle onde delle chitarre dei Timoria.
Leo Gassman: 5
È appassionato questo ragazzo, è emozionato. Deve averlo un po’ tradito perfino il look, così simile a quello con cui il nonno giganteggiava dal palco insegnando all’Italia che il grande cinema era qui e non oltre oceano. Salire sulle spalle dei giganti fa venire le vertigini a volte.
Maria Antonietta e Colombre: 7
Dato l’inamovibile rigetto dei veri big del genere nei confronti del festival (leggi: Francesco Bianconi), per noi nerd sono una ventata d’aria fresca. Ci facciamo bastare l'indie che passa il convento insomma. Per la maggioranza forse una nenia. Noi confidiamo nella stampa o nel voto della radio.
Bambole di pezza: 7,5
Bambole di pezza è evidentemente un’antifrasi perché queste sono donne di ferro, toste e combattenti. Finalmente un po’ di orgoglio femminista e chitarre e batteria un po’ strong, che in questo Sanremo il rock finora era il grande assente.
Chiello: 4
Chiello è una citazione. Vorrebbe essere Morgan o, forse, ricordarci i Depeche Mode. Anzi, scusate, Chiello è un’ambizione. Ma i desideri non si esaudiscono tutti.
Tredici Pietro: 6,5
Lo avete notato? Le spalle incassate, sbatte le palpebre come lui, si accalora come lui, perfino la fisionomia assomiglia a quella di Gianni. Che in effetti Pietro si chiama davvero Morandi di cognome, non Tredici. E viene in mente che come lui grida “Chiudimi la porta in faccia”, l’altro cantava “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”. Non lo ascolterei tredici volte, ma non è male sto ragazzo.
Enrico Nigiotti: 8
Chissà che penseranno tutti i big della canzone livornese, che qui dove profuma il mare c’è una tradizione pensate. Il Nigio se la porta tutta addosso, con questa voce profonda e graffiata ci racconta una storia intima con un gran pezzone potente, e quella tradizione la fa respirare.
Sal Da Vinci: 8
Ecco, Eddie è pure sfortunatissimo. Perché dopo di lui arriva Sal Da Vinci. Come se uno bravino di una squadra di terza fascia dovesse giocarsi la carriera in un provino dove quello che arriva dopo si chiama Cristiano Ronaldo.
Eddie Brock: 4
Eddie deve aver pensato la sua esibizione come un omaggio. A Modugno. Forse a Peppino Di Capri o a chissà quale altro gigante della canzone italiana. Ma deve solo averlo pensato.
Malika: 7
Malika è un esercizio di stile, canta come solo lei potrebbe fare in questa canzone solo all’apparenza così semplice e invece piena di trappole, un campo minato di fraseggi, variazioni armoniche e di tono. E poi che stile, quel jazz rock un po’ retrò.
Nayt: 5
L’anafora è una bella figura retorica, permette al senso di diventare ritmico, incalzante, non ripetizione ma compressione poetica, un rito shamanico, è uno strumento difficile da usare, Nayt lo trasforma in un escamotage stanco. E dopo un po', anche basta. Montalbano lo avrebbe detto in modo diverso, diciamo.
Serena Brancale: 5,5
Che cosa è successo a Serena? L’abbiamo conosciuta come la regina dell’urban latino, una polistrumentista capace di miscelare gli idiomi su un tappeto di pizzica e pop, l’abbiamo sentita però cantare molto molto meglio. Inizia male, si smarrisce in tutte quelle scale ritmiche e variazioni melodiche, poi nel finale recupera. Lei trattiene le lacrime, noi sospendiamo il giudizio.
Ermal Meta: 5
È tornato alle origini, con questa ninna nanna balcanica canta la notte. Una notte di veglia, che sarebbe pure in tema visto che s’è fatta una certa. Ma, come suggeriscono qui accanto, quando gli uomini diventano padri un po’ si perdono (eufemismo).
Fedez e Masini: 6
Dopo aver mandato la vita in diretta a suon di reel, dopo la storia con Chiara, le pene per i pandori e i dissing con Tony, la depressione, le belve, insomma dopo tutta questa egogalassia, Fedez è sempre lì, non riesce a uscire da se stesso. Non fosse per un vecchio esperto del drama pop italiano come Masini, sarebbe uno strazio. Fortuna che c’è Marco.
Levante: 9
Ok, signori spostatevi. Lasciate passare Levante. Che è un orizzonte elegante, un sole di raffinatezza, sapienza tecnica e teatrale che così non si vedeva da tempo sul palco dell’Ariston. Da un po’ di tempo c’è un pezzo di cantautorato italiano che si solleva da sud. Insorge. E lei ne è una protagonista.
Fulminacci: 8,5
Una perla leggera, che si ascolta, si degusta, con questi versi semplici e delicati da epica del quotidiano. Ci conduce in un’atmosfera da Sergio Leone e in questi echi lontani. Erede del cantautorato italiano, sta lì, si prende il suo posto. Senza imposture e effetti sintetici, Fulminacci ci fulmina.
J-Ax: 8
È arrivato sul palco quel vecchio gringo del rap e, ohibò, ci siamo finalmente ridestati, abbiamo avuto un palpito dopo tanto penare dal pulpito. In questo folk italiano ci avrete riconosciuto i Modena City Ramblers, lo so, ma non è mera emulazione. J-Ax ci dà un affresco dell’Italia pietosa, quella dell’amichettismo arrivista e corrotto. E lo fa con sapienza, da irregolare e resiliente.
Raf: 4,5
È talmente vintage da aver fatto la storia con pezzi che oggi si oserebbe neppure pensare. Provateci a ricantarla ora, “Ti pretendo”. Chi pretendi tu, piccolo moccioso maschilista?!! Ora il pezzo è molto più woke, ché infatti l’ha scritto insieme al figlio. Solo che è un po’ scialbo. Non proprio come quelle di un tempo, ecco. Ma se penso a quegli anni, a cosa resterà dell’Italia in cui sono nato, una madeleine da qualche parte nel mio memoire sensoriale è incastonata anche nella sua voce. Almeno quella, sempre uguale. Ah, mica solo quella. A 67 anni pare un ragazzino. Oh, ma che hai fatto Raf, sei un highlander?
Samuray Jay: 4
Hip hop, latin urban, elettropop, maracas e trombe creole. Ballerine. La parolina chiave ossessione associata al solito ritmo pieno di piccoli ammiccamenti da gggiovane che anima i locali cool di una città cool. Una canzone di plastica, chissà, forse scritta da un bot. Perfetta per un trend.
Patty Pravo: 5
E niente, per un attimo sono stato sfiorato da una pazza idea. Perché, perdonatemi, ma non ce la faccio proprio a guardare questa Patty e sprofondare il pensiero nella storia di questa dea della musica italiana e a raffrontarla con ciò che è diventata. Opera magari è anche una bella canzone. Magari. Ma è un pensiero stupendo. Purtroppo.
Elettra Lamborghini: 6
È parecchio trash come del resto ci aspettavamo, con questo abito che pare un palco del teatro della Scala addobbato per un carnevale. C’è questo occhio glaciale, ceruleo che ti rapisce mentre la senti che forse canta di amore fino all’alba. Poi tutto è abbastanza confuso, spennacchiato, incongruo, ma sarà la nostra crash di piume quando la sentiremo alla radio per le prossime settimane. E poi, cosa pretendevamo da Elettra.
Tommaso Paradiso: 5,5
Non è mica più il figo che aspettava Matilda de Angelis spegnendo milioni di sigarette. Son passati gli anni, è diventato padre, è maturato. C’è qualche colpo sapiente nel testo, cita le scale che scende senza voltarsi sperando ci sovvenga Montale. Dopo una strofa sbilenca, prende quel lento ritmo melody da usato sicuro, ma noi aspettiamo ancora una felicità puttana.
Luchè: 3
Ora, ormai ci siamo abituati a questo nuovo mood di trapper o rapper con i pezzi pieni di urban, elettropop, un po’ tutti uguali, canonici, omologati alla dura legge di Spotify e della GenZ scritti con ChatGpt. Perfino l’autotune mi sono fatto piacere. Ma qui siamo proprio alla versione basic. Vabbè, Luchè.
Arisa: 9
“C’era una notte che non ho paura nemmeno di me”. C’è un’alba chiara che brilla su Rosalba. È sinfonica, melodica, bravissima come sa essere solo lei, ma soprattutto profondissima, ci ha raccontato di una metamorfosi, la sua e quella di molte donne in questi tempi che ti divorano. Non è rock ma la sua favola è un sequel di Sally. Ne sono quasi certo, Vasco è in lacrime, perché adesso c’è anche la versione femminile di una canzone che racconta i mostri che ci abitano dentro mentre cresciamo e viviamo e una lirica capace di esorcizzarli.
Dargen D’Amico: 7,5
È estate, c’è la calura che disegna quelle distorsioni strane sull’orizzonte azzurro, dal parabrezza schizzano schegge di sole, agogno la spiaggia e le ferie. E niente, mi serve un po’ di svacco, una fuga dallo spleen dell’ufficio. E lo sento Dargen che sale. Sarà un tormentone e pure senza autotune. Tiè, rosiconi. Dai dai.
Mara Sattei: 4
Oddio che tuffo negli anni 90, quelli dei Sanremoni con il melodico che imperversava ovunque. Se non fosse per i tatoo, Mara Sattei parrebbe piombata sul palco dell’Ariston con una Delorean. Classica, probabilmente troppo per spaccare su Spotify.
Sayf: 7
È il figlio di una corrente di cantautori con cui il verbo nazionalista e sovranista dovrà imparare a fare i conti. Il suo mentore ideale è Ghali, ovvio. Nato a Genova da madre tunisina, evoca il G8, cita il Cav e ne rovescia il senso. O forse è esattamente lo stesso che usava Silvio. Bisogna solo spiegarlo a Salvini.
Michele Bravi: 5
Ci sarebbe la ballata, c’è questo gusto un po’ retrò struggente e per certi versi la giusta dose di elegia lagnosetta. C’è lui con quella mise da Oscar Wilde che ci piace parecchio, ma dove è finita la voce sabbiosa, graffiata e profonda di Michele Bravi? Ci sembra di aver sentito solo urletti disarmonici di un dandy sfiorito. Mal di gola?
Ditonellapiaga: 7
In nomen omen. Ha costruito una canzone come un’antonomasia, proprio per infastidirci, irritarci, farci ballare e bollire. Margherita, con quel look che fa un po’ Grease, è un fiore del male dell’indie italiano. Ci porta nella Milano degli aperitivi, della moda, e ci rivela quanto ipocrita e urticante può essere cercare di essere un hype nella vita se una vita non ce l’hai. I miei figli sbadigliano. Roba da premio della critica.
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