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Sanremo 2026, pagelle in diretta: Arisa è bravissima (9), Dargen D’Amico da tormentone (7,5). Patty Pravo 5, delusione Raf

di Mario Neri

	Arisa
Arisa

In tempo reale i nostri giudizi alle canzoni in gara nella prima serata del festival

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SANREMO. Ecco le nostre pagelle in diretta alla prima serata del Festival di Sanremo 2026.

Raf: 4,5

È talmente vintage da aver fatto la storia con pezzi che oggi si oserebbe neppure pensare. Provateci a ricantarla ora, “Ti pretendo”. Chi pretendi tu, piccolo moccioso maschilista?!! Ora il pezzo è molto più woke, ché infatti l’ha scritto insieme al figlio. Solo che è un po’ scialbo. Non proprio come quelle di un tempo, ecco. Ma se penso a quegli anni, a cosa resterà dell’Italia in cui sono nato, una madeleine da qualche parte nel mio memoire sensoriale è incastonata anche nella sua voce. Almeno quella, sempre uguale. Ah, mica solo quella. A 67 anni pare un ragazzino. Oh, ma che hai fatto Raf, sei un highlander?   

Samuray Jay: 4

Hip hop, latin urban, elettropop, maracas e trombe creole. Ballerine. La parolina chiave ossessione associata al solito ritmo pieno di piccoli ammiccamenti da gggiovane che anima i locali cool di una città cool. Una canzone di plastica, chissà, forse scritta da un bot. Perfetta per un trend.

Patty Pravo: 5

E niente, per un attimo sono stato sfiorato da una pazza idea. Perché, perdonatemi, ma non ce la faccio proprio a guardare questa Patty e sprofondare il pensiero nella storia di questa dea della musica italiana e a raffrontarla con ciò che è diventata. Opera magari è anche una bella canzone. Magari. Ma è un pensiero stupendo. Purtroppo.

Elettra Lamborghini: 6

È parecchio trash come del resto ci aspettavamo, con questo abito che pare un palco del teatro della Scala addobbato per un carnevale. C’è questo occhio glaciale, ceruleo che ti rapisce mentre la senti che forse canta di amore fino all’alba. Poi tutto è abbastanza confuso, spennacchiato, incongruo, ma sarà la nostra crash di piume quando la sentiremo alla radio per le prossime settimane. E poi, cosa pretendevamo da Elettra.

Tommaso Paradiso: 5,5

Non è mica più il figo che aspettava Matilda de Angelis spegnendo milioni di sigarette. Son passati gli anni, è diventato padre, è maturato. C’è qualche colpo sapiente nel testo, cita le scale che scende senza voltarsi sperando ci sovvenga Montale. Dopo una strofa sbilenca, prende quel lento ritmo melody da usato sicuro, ma noi aspettiamo ancora una felicità puttana.

Luchè: 3

Ora, ormai ci siamo abituati a questo nuovo mood di trapper o rapper con i pezzi pieni di urban, elettropop, un po’ tutti uguali, canonici, omologati alla dura legge di Spotify e della GenZ scritti con ChatGpt. Perfino l’autotune mi sono fatto piacere. Ma qui siamo proprio alla versione basic. Vabbè, Luchè. 

Arisa: 9

“C’era una notte che non ho paura nemmeno di me”. C’è un’alba chiara che brilla su Rosalba. È sinfonica, melodica, bravissima come sa essere solo lei, ma soprattutto profondissima, ci ha raccontato di una metamorfosi, la sua e quella di molte donne in questi tempi che ti divorano. Non è rock ma la sua favola è un sequel di Sally. Ne sono quasi certo, Vasco è in lacrime, perché adesso c’è anche la versione femminile di una canzone che racconta i mostri che ci abitano dentro mentre cresciamo e viviamo e una lirica capace di esorcizzarli.

Dargen D’Amico: 7,5

È estate, c’è la calura che disegna quelle distorsioni strane sull’orizzonte azzurro, dal parabrezza schizzano schegge di sole, agogno la spiaggia e le ferie. E niente, mi serve un po’ di svacco, una fuga dallo spleen dell’ufficio. E lo sento Dargen che sale. Sarà un tormentone e pure senza autotune. Tiè, rosiconi. Dai dai. 

Mara Sattei: 4

Oddio che tuffo negli anni 90, quelli dei Sanremoni con il melodico che imperversava ovunque. Se non fosse per i tatoo, Mara Sattei parrebbe piombata sul palco dell’Ariston con una Delorean. Classica, probabilmente troppo per spaccare su Spotify. 

Sayf: 7

È il figlio di una corrente di cantautori con cui il verbo nazionalista e sovranista dovrà imparare a fare i conti. Il suo mentore ideale è Ghali, ovvio. Nato a Genova da madre tunisina, evoca il G8, cita il Cav e ne rovescia il senso. O forse è esattamente lo stesso che usava Silvio. Bisogna solo spiegarlo a Salvini.

Michele Bravi: 5

Ci sarebbe la ballata, c’è questo gusto un po’ retrò struggente e per certi versi la giusta dose di elegia lagnosetta. C’è lui con quella mise da Oscar Wilde che ci piace parecchio, ma dove è finita la voce sabbiosa, graffiata e profonda di Michele Bravi? Ci sembra di aver sentito solo urletti disarmonici di un dandy sfiorito. Mal di gola? 

Ditonellapiaga: 7

In nomen omen. Ha costruito una canzone come un’antonomasia, proprio per infastidirci, irritarci, farci ballare e bollire. Margherita, con quel look che fa un po’ Grease, è un fiore del male dell’indie italiano. Ci porta nella Milano degli aperitivi, della moda,  e ci rivela quanto ipocrita e urticante può essere cercare di essere un hype nella vita se una vita non ce l’hai. I miei figli sbadigliano. Roba da premio della critica.

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di Redazione web