Caso Garlasco, il magistrato toscano che ha giudicato Stasi: «Indizi contraddittori, vi spiego perché l'ho assolto»
Il versiliese Stefano Vitelli, che in primo grado assolse Alberto Stasi per insufficienza di prove, rompe il silenzio con il libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco” presentato in anteprima nazionale a Forte dei Marmi: «Un amico del liceo e una frase di mia madre mi hanno “guidato” nella decisione»
FORTE DEI MARMI. Il 13 agosto 2007, il silenzio di Garlasco non fu spezzato solo da un grido, ma dall’inizio di uno dei più intricati enigmi giudiziari italiani che ancora oggi non sembra essere completamente risolto. Per anni, l’opinione pubblica si è divisa sul delitto di Chiara Poggi, trasformandolo in un dibattito da talk-show. Ma lontano dai riflettori, il versiliese Stefano Vitelli, primo magistrato a giudicare Alberto Stasi, ha dovuto affrontare la solitudine di una decisione che non ammetteva sconti: tradurre il caos delle prove nell’ordine logico e giuridico di una sentenza.
Vitelli, che in primo grado assolse Stasi per insufficienza di prove, rompe oggi il silenzio con il libro “Il ragionevole dubbio di Garlasco” (Piemme) presentato l’altra sera in anteprima nazionale a Villa Bertelli, a Forte dei Marmi. Non è una memoria difensiva, ma il racconto del cortocircuito tra scienza, diritto e verità umana. Lo abbiamo incontrato per capire cosa prova un giudice quando la verità processuale non sembra colmare l’abisso di quella reale al di là, appunto, di ogni ragionevole dubbio, la formula giuridica con cui il tribunale condanna un imputato.
Dottore, qual è il peso psicologico di assolvere quando l’opinione pubblica urla “colpevole”?
«L’emotività dei media può far percepire l’assoluzione per ragionevole dubbio come una sconfitta, perché l’aspettativa collettiva è quella di trovare un colpevole a ogni costo. Invece è una vittoria della civiltà: è meglio rischiare di avere un colpevole, fuori, in libertà, che un innocente in carcere. Non è giustizia forzare materiale istruttorio insufficiente».
Alla luce della condanna definitiva arrivata anni dopo, quel “ragionevole dubbio” era un limite del sistema o una barriera logica?
«Il caso di Garlasco rappresenta, a mio avviso, un vero e proprio esempio di scuola del principio del ragionevole dubbio. Ci troviamo di fronte a un impianto indiziario dove ogni singolo elemento presenta criticità specifiche. Ad esempio il dispenser di sapone è un indizio che non riveste il carattere della “gravità”, non è stato dimostrato in modo convincente che Stasi non sia mai entrato in casa di Chiara al momento della scoperta del cadavere, il Dna sui pedali della bicicletta contrastato dalla testimonianza di chi riferì di aver visto un modello di bici differente, l’evidenza che Stasi sia rimasto al computer quasi tutta la mattina, e la mancanza di un movente chiaro e provato. Insomma un quadro probatorio tipicamente contraddittorio e insufficiente, segnato da incertezze strutturali. Pur rispettando le opinioni divergenti, ritengo che dal punto di vista strettamente giuridico questo resti un caso emblematico di come il dubbio dovrebbe operare a favore dell’imputato».
Quale mancanza ha pesato di più sulla ricerca della verità?
«All’inizio la scena del crimine non fu preservata adeguatamente; si pensò persino a un incidente domestico. Ma l’errore più grave furono gli accessi sbagliati al computer di Stasi. Se si fosse accertato subito che stava lavorando alla tesi, le indagini avrebbero forse preso altre direzioni con maggiore insistenza».
Come si gestisce, da magistrato, il conflitto tra esperti quando la scienza fornisce risposte opposte?
«Si tende a sovradimensionare lo scienziato, cercando in lui il “risolutore”. In realtà, il contributo dei consulenti va integrato con prove logiche e testimonianze. Il perito deve rispondere a un quesito tecnico senza farsi influenzare dal contesto. Nel caso del lavandino, ad esempio, il mio genetista ammise il dubbio sull’uso da parte dell’assassino, nonostante le impronte nel bagno suggerissero una direzione diversa. Il tecnico deve restare neutro, spetta al giudice valutare l’insieme».
Nel libro lei racconta un esperimento umano legato alla famosa telefonata al 118 di Stasi.
«Tutti vi leggevano freddezza. Decisi di farla ascoltare a un vecchio amico di liceo, di grande intelligenza emotiva, che viveva isolato in Garfagnana. Non sapeva nulla del caso. Mi disse: “Ci sento ansia e paura, non freddezza”. Questo momento, che descrivo nel libro, mostra il travaglio umano del giudice. Quel tono non era un indizio, ma solo un sospetto da cui iniziare».
Lei cita spesso sua madre e l’importanza dell’ascolto disinteressato.
«Sì, mia madre mi disse una cosa che non si trova nei manuali: “Non ci sono testimoni di serie A e di serie B”. Si riferiva alla teste Bermani, una donna anziana e semplice. Mi ricordò che anche le persone meno colte possono aiutare nella ricerca del valore più prezioso: la verità».
Cosa le è rimasto dentro di Garlasco?
«Professionalmente è stato come un calcio di rigore. Puoi aver giocato bene tutta la partita, ma verrai ricordato solo per come hai tirato quel penalty. Dal punto di vista della verità, ho sempre ritenuto ragionevole dubitare. La giustizia è un percorso faticoso e, a volte, la vita ci mette davanti a casi di un’anomalia e difficoltà obiettiva che il senno di poi non può cancellare».
