Famiglia uccisa dal monossido, la disperazione dello zio: «Non sono riuscito a salvarli»
Lucca, la testimonianza dell’uomo: è entrato insieme ai carabinieri e a due vicini di casa
LUCCA. «Non sono riuscito a salvarli». Non riesce a dire altro Durim Kola, 42 anni, lo zio che, nel disperato tentativo di aiutare il fratello e la sua famiglia morti nella strage di Porcari, ha perso i sensi e cadendo ha sbattuto violentemente la testa. È un sopravvissuto, scampato al monossido quasi per miracolo. Ricoverato per tutta la notte all’Obi di Cisanello, ieri mattina è stato dimesso ed è tornato nella sua abitazione di Porcari, a poca distanza da quella di via Galgani, nella frazione di Rughi, dove vive il fratello Arti con la famiglia.
Una volta a casa ha dovuto trovare la forza per raccontare all’anziana madre l’immane tragedia che ha colpito la famiglia Kola, gente per bene, arrivata in Italia per lavorare e capace di inserirsi e farsi ben volere all’interno della piccola comunità porcarese.
Appreso l’accaduto, la donna ha avuto un malore: è stato chiamato il medico, ma per fortuna non è stato necessario ricoverarla. Dal canto suo, Durim ha scelto di vivere questo dolore in un composto e dignitoso silenzio. Ai parenti e agli amici che gli chiedono come sta, risponde con poche parole, piene di rammarico. «Non sono riuscito a salvarli».
La sera prima, assieme a lui, nel disperato tentativo di salvataggio della famiglia Kola, c’era Ernest Cela, 21enne vicino di casa di Arti. Ecco il suo racconto: «Verso le 21,30 abbiamo visto arrivare la pattuglia dei carabinieri con lo zio Durim. Si è avvicinato per chiederci se durante la giornata avevamo visto i nostri vicini. Non rispondevano al telefono ed era preoccupato. Non sapevo se fossero in casa, così – assieme a mio padre, a Durim e ai due carabinieri – sono andato alla porta. Abbiamo bussato ma niente. A quel punto l’abbiamo sfondata. Siamo arrivati al secondo piano e qui, nella stanza della ragazza, abbiamo trovato tutti e quattro stesi a terra, privi di sensi. Mentre i carabinieri avvertivano il 118, ho preso il polso al figlio, Hadjar, e a suo padre Arti: entrambi avevano battito e mi è sembrato che facessero delle smorfie. Ma proprio in quel momento lo zio è svenuto e cadendo ha sbattuto violentemente la testa. Lì abbiamo compreso che c’era qualcosa nell’aria e che non si poteva perdere tempo. Mentre ce ne rendevamo conto, sia io che i due carabinieri abbiamo iniziato ad avere dei giramenti di testa. L’ho detto a mio padre e siamo usciti tutti di corsa».
Sono attimi concitati. Quando i quattro escono trovano l’ambulanza del 118 che nel frattempo è arrivata sul posto. Il personale sanitario presta i primi soccorsi ai due carabinieri e a Ernest. Purtroppo non alla famiglia Kola che è ancora all’interno dell’abitazione: «Non sono potuti entrare perché non era sicuro – spiega Ernest – hanno dovuto attendere l’arrivo dei vigili del fuoco. Quanto tempo è passato? Diversi minuti». Quando i pompieri giungono sul posto, indossano le maschere ed entrano. I rilevatori di monossido che hanno in dotazione segnalano un’ingente quantità di gas. Arrivano al secondo piano, aprono le finestre e portano fuori le cinque persone all’interno: i coniugi Kola, i due figli e lo zio svenuto nel tentativo di soccorrerli. Il personale del 118 può prestare soccorso solo a quest’ultimo perché gli altri sono già morti e per loro non c’è più niente da fare.
Il gesto di altruismo di Ernest poteva costargli caro: se non fosse uscito velocemente anche lui poteva avere conseguenze serie. Quando glielo facciamo notare ha un attimo di esitazione ma poi risponde deciso: «Voi che avreste fatto? – dice –. Ho solo cercato di soccorrerli, mi sembrava la cosa giusta da fare. I Kola erano brave persone. Hanno comprato casa un paio di anni fa, poi hanno fatto i lavori e infine, 5-6 mesi fa, si sono trasferiti. Ma Hadjar lo conoscevo già da prima: abbiamo praticamente la stessa età e anche se non frequentavamo gli stessi gruppi ogni tanto ci ritrovavamo in giro per locali. Il suo punto di ritrovo era al Bar Pineta, qui a Porcari. Era un bravo ragazzo, soprattutto un lavoratore. Non ci sono parole – conclude Ernest – per quello che è successo a lui e alla sua famiglia».
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=9ca9974)