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Carnevale di Viareggio, anche Burlamacco si è globalizzato – Il commento dello scrittore Giampaolo Simi

di Giampaolo Simi

	Un dettaglio del carro "Gran Casino. Rien ne va plus" di Lebigre e Roger con i potenti della terra seduti al tavolo verde 
Un dettaglio del carro "Gran Casino. Rien ne va plus" di Lebigre e Roger con i potenti della terra seduti al tavolo verde 

La politica italiana? Troppo imprevedibile e troppo esposta sui social

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Lo scrittore Giampaolo Simi, di Viareggio, autore di punta della casa editrice Sellerio, sceneggiatore e giornalista, scrive una riflessione per Il Tirreno sulla satira e il Carnevale.

Proprio lo scorso anno il Carnevale di Viareggio dedicò una mostra alla sua lunga tradizione di satira politica. Sui carri carnevaleschi tuttora ricordati giganteggiava Craxi, incombeva Andreotti, volteggiava lo straripante Spadolini, nudo come Forattini comandava. Una satira che, a dire il vero, emanava lo stesso fascino novecentesco di un giradischi o di un telefono fisso. La carrellata arrivava infatti agli anni ’90, quando sulla ribalta della politica nazionale irruppe Silvio Berlusconi, l’ultimo italiano potente ad aver ricevuto attenzioni non effimere dai carristi viareggini. Dopo di lui, non molto.

Se Bill Clinton, Angela Merkel e Donald Trump hanno avuto i loro momenti di satirica gloria, i protagonisti della politica italiana degli ultimi quindici anni sono passati senza lasciare segni memorabili. Proviamo a ipotizzare qualche ragione. La prima è strettamente pratica. Un carro si progetta in tarda primavera. Prima che sfili, a febbraio, passeranno otto mesi. Nella politica del nuovo millennio, otto mesi sono un’era geologica. Può cambiare tutto. Pensate allo “stai sereno” con cui venne liquidato Enrico Letta, alle ripide sfortune di colui che lo liquidò, alla caduta repentina del governo Draghi.

Conviene investire mesi di lavoro su un personaggio pubblico che una settimana prima delle sfilate può uscire di scena o magari passare, tanto per dirne un’altra, dal governo con la Lega a quello con il Pd? Forse no.

La seconda potrebbe essere legata al fatto che i politici del Novecento, longevi e non, curavano un’immagine istituzionale seria e rispettabile.

Perché il re nudo faccia scalpore serve che normalmente indossi mantello e corona, o almeno giacca e cravatta. Se fa le dirette Instagram in braghe al chiringuito, s’è già denudato da solo. Non di rado poi i politici del secolo scorso parlavano per metafore.

Talvolta molto pop (ricordate la “lambada” di Craxi?), talvolta colte e cervellotiche (che mal di testa a immaginarsi come fossero fatte le “convergenze parallele”). La buona satira serviva a smontare una supercazzola o a smascherare le reali intenzioni dietro un linguaggio criptico.

Un linguaggio che era quindi artificiosamente alto e raffinato, sì, ma per questo dotato di uno spessore in cui si poteva scavare. Oggi il linguaggio del dibattito politico è rozzo e superficiale. Deborda nel “vaffa” o nel bullismo da seconda media, scende a un livello tale da impedire alla satira di elevarsi dal basso e colpire. Ed egualmente succede a quei messaggi politici che si risolvono in una lista di generiche aspirazioni tanto astrattamente condivisibili quanto impalpabili.

La terza ipotesi attiene infine come si è evoluta la manifestazione. Siamo in era di globalizzazione avanzata e i numeri dicono che il Carnevale di Viareggio attira sempre più spettatori dall’estero. In uno scenario del genere, la caricatura di un politico nazionale ha sempre meno senso. Tutto questo però non significa che Burlamacco abbia scelto la via del disimpegno. Le costruzioni carnevalesche del nuovo millennio mettono in scena da tempo l’aggressione sconsiderata all’ambiente, le nuove frontiere del mondo virtuale, i diritti negati o quelli da conquistare.

È solo che per farlo usano un linguaggio più simbolico. Insomma, laddove il dibattito politico si fa più greve, cupo e muscolare, il Carnevale ribalta il tavolo. Raffina il proprio linguaggio, usando allegorie sognanti, citazioni non banali e riscoprendo talvolta il valore della mai tanto bistrattata delicatezza.


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