Toscana, Pd sotto commissariamento: tra faide, renziani resistenti e la fatica di Sisifo di Fossi
Dopo l’invio da Roma del commissario Peluffo, il Pd toscano fa i conti con le scorie del renzismo, i veti su Giani, i malumori interni e le deroghe ai mandati.
A Pisa l’hanno inviato direttamente dal Nazareno. Dopo la spedizione dell’esploratore morbido Diego Blasi, uno abituato a dialogare, mediare, pacificare – ed esfiltrato dalle truppe di via Forlanini dopo aver appurato di essere finito in un Vietnam di guerre territoriali –, è giunto il commissario Vinicio Peluffo. Lui dovrà ristabilire l’ordine. Alle calcagna di Eugenio Giani, del resto, per giorni (e pure per notti infuocate da WhatsApp irripetibili), Elly Schlein aveva messo il subcomandante Igor Taruffi, commissario politico e bodyguard dal cui abbraccio il governatore s’è liberato con un buffetto sulla spalla («Macché passo indietro»), lo stesso che ha spedito l’altro “uffo”. Lo stesso che forse, chissà, vedremo a Vergaio, sede delle ultime sedute di autocoscienza dei dem pratesi in via di dissoluzione, o dove potrebbe arrivare Davide Baruffi, il responsabile degli enti locali del Pd, pure lui emiliano, pure lui sovieticamente fedele alla segretaria, terminale politico di questa colonna mobile di “uffi uffo” che tiene il Pd ammanettato alla disciplina di partito.
Metti una toppa, mettine un'altra...
Insomma, un altro commissario de facto dopo quelli giudiziari che indagano sull’ormai ex sindaca Ilaria Bugetti, dimessasi dopo essere stata travolta dall’indagine per corruzione. Tanto che fra i dem cominciano a chiedersi se il Pd in Toscana, a suon di commissari, non sia diventato un commissariato: più che un partito, un partito-poliziotto, costretto a riportare la “legge” fra le correnti, i cespugli, gli sbuffi di veleno e vendetta che lo attraversano e lo vessano con grande scorno e pena del capo regionale Emiliano Fossi. «Emiliano è un San Sebastiano, ormai lo chiamiamo così», scherza un dirigente dem riformista. Sì, perché pare che il segretario regionale non faccia in tempo a mettere una toppa da una parte che c’è qualcuno che lo trafigge dall’altra. Guidare il Pd in Toscana, insomma, a tre mesi dal voto è diventata una specie di fatica di Sisifo. «Porti la pietra in cima alla montagna, e qualcuno la fa rotolare giù dall’altro versante», scherza un altro dirigente, stavolta schleiniano.
Il mancato ricambio degli ex renziani
Nel partito, soprattutto quelli della vecchia ditta bersaniana (i lupi grigi smacchiati dal renzismo) son convinti che tutto questo sia il frutto avvelenato di un peccato originale: non aver reso plastico l’esito del congresso del febbraio 2023 (70-30 per la Schlein) e aver traccheggiato nel rinnovare politiche e classi dirigenti, per la gran parte ancora espressione degli ex renziani. Germinati dal popolo della Leopolda e dalle idee di Matteo Renzi come Atena dalla testa di Zeus, del resto, sono lo stesso Giani, il presidente del consiglio Antonio Mazzeo, l’ex sindaco pratese Matteo Biffoni, perfino la sindaca di Firenze Sara Funaro e il suo predecessore Dario Nardella. «Serviva calma e gesso, ma piano piano la rotta è stata cambiata». Da quando al quartier generale regionale c’è Fossi è pur vero che perfino Giani ha spostato l’asse delle politiche di Palazzo Strozzi Sacrati a sinistra: sono arrivati il fine vita, la legge sui consorzi industriali (ispirata al caso Gkn di Campi Bisenzio), il no alla quotazione in borsa della Multiutility, la legge regionale sul turismo per dare ai sindaci il potere di frenare lo strapotere di Airbnb che sta cambiando pelle e tessuto sociale alle città.
Un futuro più a sinistra?
Non solo. Perfino l’affair Giani adesso pare sanato con la caduta del veto su Roberto Fico in Campania («ché, in fondo, non fosse arrivato il subcomandante Igor con quei messaggini, mica Eugenio avrebbe sbottato con la sua autocandidatura»), un cerchio che si chiude nonostante gli “uffi”. Dalla segreteria riunita martedì da Fossi pure i riformisti paiono aver imboccato la strada dell’unità indicata dal segretario toscano e rinunciato ad autoconvocare la direzione come un Armageddon per forzare la ricandidatura del governatore. Quella ci sarà, e verrà ufficializzata nella direzione del 29 luglio. Ora, al netto degli “uffa” per gli “uffi”, a Fossi toccherà la bega delle deroghe. Molti consiglieri regionali, infatti, hanno raggiunto il secondo mandato, le colonne d’Ercole fissate dallo statuto Pd per la ricandidatura. Se ne discuterà in direzione. Ma stavolta Elly non ha intenzione di lasciare incompiuto il quadro. «Sia nelle liste che nella eventuale giunta – dice chi ha parlato con Fossi negli ultimi giorni – ci dovrà essere il segno di un radicale rinnovamento». Della serie: ex renziani state sereni.