Il Gianismo diffuso che non si può ignorare – Il commento
Parliamo di una realtà ormai esplicitata, non più tacitamente accettata ma platealmente condivisa
Ora, non siamo ai livelli del centralismo democratico o dell’egemonia gramsciana, la quale peraltro nemmeno lui gradirebbe. Ma è indubbio, assodato, certificato dagli appelli, dagli endorsement, dai rimbrotti arrivati perfino ai massimi vertici dem ed esternati dai vari supporter di Eugenio Giani che esista un fatto politico ineludibile anche per Elly Schlein e Giuseppe Conte: c’è una Toscana diffusa in cui si sta manifestando un nuovo prodotto politico del fu Granducato. Un inedito, forse diretta conseguenza della pratica tramutata in legge dal suo artefice, ma certamente ormai una realtà esplicitata, non più tacitamente accettata ma platealmente condivisa.
È il Gianismo diffuso, un crogiuolo di consenso in cui si mescolano interessi diversi, peculiari, spesso campanilistici e opportunistici, una specie di teoria Nimby al contrario che si potrebbe racchiudere nello slogan: “Giani qui e ora, Eugenio sì, nel nostro giardino”, dove il cortile di casa è appunto la Toscana del centrosinistra.
Sindaci piccoli e grandi, segretari di circolo, perfino ex governatori o numi tutelari della sinistra come Enrico Rossi e Paolo Fontanelli – molto spesso dell’ala progressista, perfino culturalmente avversa al governatore ex socialista ed ex renziano – si sono spesi per dire che è l’ora di finirla di traccheggiare, che se Giani si fosse voluto far saltare lo si sarebbe dovuto fare molto prima e che in fondo non è stato così malaccio, anzi.
I primi cittadini dem si sono sollevati in coro, pure il livornese Luca Salvetti ha dichiarato di non capire perché diavolo al Nazareno temporeggino. Certo, si dirà: per chi è abituato a sbrigare in fretta i guai causati dalle buche nelle strade, sono difficili da comprendere i picareschi anda e rianda di una trattativa per le alleanze nazionali, fatta di abboccamenti e rotture improvvise, momenti di giubilante sintonia e tragicomiche liti date per insanabili fino al sondaggio successivo e al momento di metter mano alle liste. Ora, non è escluso che Giani stesso abbia, come dire, incoraggiato questo sommovimento collettivo, ma sarebbe grottesco immaginare un esercito di sindaci-soldatini che firmano documenti e lettere mettendosi sull’attenti. La spiegazione alla genesi del Gianismo diffuso è semplice: è una causa di forza maggiore.
Disarcionare Giani adesso, senza aver preparato per tempo un’alternativa, innescherebbe una slavina di incognite, sorprenderebbe l’elettorato sconfessando ciò che Giani ha fatto finora pur raccontandolo come encomiabile. Renderebbe la Toscana contendibile e riaprirebbe una partita elettorale semichiusa, dando una possibilità alla destra e ad Alessandro Tomasi. Dunque, farebbe saltare la rassicurante rete di rapporti e finanziamenti (un po’ a pioggia) garantiti dalla consolante pratica della Toscana diffusa. Insomma, i sindaci sono stati convinti soprattutto da ciò che solo Ulisse non avrebbe esitato a sfidare: la paura dell’ignoto. Cosa succede se, al posto di Giani, arriva un altro? Riceverò i fondi per rifare la palestra? Avrò gli aiuti per le case popolari? Che ne sarà delle mura storiche da restaurare? Giani quindi innesca un paradosso, la sua diffusa capacità di tenere tutto nella rete annulla i rischi diffusi di un particolarismo squilibrato, partigiano. Lui concede e si concede a tutti, senza faziosità. Non è un caso che ieri, 14 luglio, prima del viaggio a Roma, abbia messo in guardia. «Guai a lasciare la Toscana ai singoli campanili. La Toscana è la Toscana, è un territorio che da 450 anni viene governato in modo omogeneo ed è proprio la sua fortuna», ha risposto a chi gli chiedeva di commentare Giovanni Donzelli, il Richelieu dei meloniani, che suggerisce di “pisanizzare” la regione sulla scorta del buon governo di Michele Conti. Proprio Giani, sì, l’aedo delle mille Toscane, l’araldo delle diverse e avverse tradizioni e rivalità, si fa paracadute di tutte. Con le sue politiche tentacolari, il “polpo Giani” abbraccia e rassicura.
Lo sa anche Elly, che con tono da capoclasse stufa ha tirato le orecchie al governatore, chiedendogli conto della fuga in avanti. Gli ha fatto sapere che certe scorribande nel campo largo vanno contenute, ché mica si può trasformare il Pd in un mercato rionale di consensi personali. Però non l’ha cacciato. Non può: la Toscana, con i suoi voti ben concimati, è ancora il granaio del partito, e buttar fuori chi quel grano lo miete – magari a modo suo – sarebbe un azzardo. Così Giani è stato messo in punizione. Ha dovuto firmare un comunicato più umile di un seminarista, tipo la lettera di Benigni e Troisi a Savonarola: “Siamo delle brave personcine, con la faccia sotto i tuoi piedi”. Si è dichiarato “candidato in sospeso”. Però Elly, nel profondo, sa che non se ne esce. Che Giani, piaccia o no, è lì, ineludibile. Magari starà fermo, allineato e coperto, ma poi ricomincerà a girare i 273 Comuni, nessuno escluso. Si farà sindaco dei sindaci, amico di tutti, pure dei nemici. Insomma, in due parole: Gianismo diffuso.
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