Il Tirreno

Toscana

La tragedia

Juventus-Liverpool, la ragazza dai pantaloni verdi morta nell’inferno dell’Heysel: il libro sulla giovane tifosa toscana

di Cristiano Marcacci
La ressa “mortale” all’Heysel e Giusy Conti (foto Salvatore Giglio)
La ressa “mortale” all’Heysel e Giusy Conti (foto Salvatore Giglio)

Il padre svenne nella calca del settore Z: al suo risveglio si ritrovò tra i morti, sotto quei teli c’era pure sua figlia

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È ancora fresca la dipartita del commentatore calcistico per eccellenza Bruno Pizzul. E sono tuttora freschi i ricordi legati a spezzoni di telecronache rimasti nell’enciclopedia del pallone, all’insegna comunque di un’enfasi sempre misurata nella narrazione e mai urlata. Una sobrietà che fu messa a dura prova il 29 maggio 1985. Alcune sue frasi ce le ricordiamo ancora benissimo: «Chiedo scusa a tutti per la frammentarietà delle notizie che stanno arrivando»; «Non è più il caso di continuare a sottolineare l’evento sotto il profilo sportivo-agonistico»; «Giocare con queste cifre relative a dei morti è inaccettabile».

Era la maledetta sera dell’Heysel di Bruxelles e dei 39 tifosi iuventini morti nella calca causata dall’invasione degli hooligans del Liverpool, che trovarono sponda nella certificata inefficienza del servizio di ordine pubblico predisposto dalle autorità belghe. Tra pochi mesi saranno trascorsi 40 anni. Per decine di famiglie il calendario segna sempre quella data, cerchiata dal rosso di un immutato dolore.
Come la famiglia Conti di Rigutino, frazione di Arezzo. Babbo Antonio andò a Bruxelles con la figlia 17enne Giuseppina. Quest’ultima salutò i compagni di classe dicendo: “Torno con la Coppa”. Lei non tornò più, a casa fece rientro il padre, ma senza di lei. O meglio, con un feretro con dentro la salma di lei. Una storia straziante, lacerante, sconvolgente. Che racconta bene in un libro appena uscito per Effigi (www.cpadver-effigi.com), “La ragazza dai pantaloni verdi - Giusy, la Juve, l’Heysel”, il giornalista del Gruppo Corriere - Corriere di Arezzo Luca Serafini. La figura della ragazza viene ricostruita attraverso testimonianze, appunti, oggetti e fotografie. In apertura, il libro presenta i contributi di Marco Tardelli, Francesco Moser e Nelson Piquet, gli idoli di Giusy, e di Andrea Lorentini, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime dell'Heysel e figlio di Roberto Lorentini, l'altro aretino morto nella strage.

«A metà degli anni Ottanta, mentre impazzano i Duran Duran e al cinema spopolano film come “Il tempo delle mele”, una ragazza aretina di 17 anni – è lo stesso Serafini ad inquadrarci meglio la protagonista – spalanca gli occhi sulla vita, tra studio e sport: frequenta il liceo classico, si immagina il suo futuro tutto da costruire. Giuseppina, che è brava a scuola e gioca bene a tennis, preferisce essere chiamata Giusy e si emoziona con la Formula 1 e le corse di biciclette. Ma quando vede il pallone è gioia pura. Ama il calcio, segue l'Arezzo, conosce uno ad uno nomi e volti dei giocatori. La Juventus di Platini è la sua grande passione. Esulta e soffre per i colori bianconeri. E come tutti i tifosi iuventini insegue il sogno della Coppa dei Campioni. È allo stadio di Atene a seguire la finale, ma sarà una delusione. Il 1985 è l'anno in cui l'impresa può riuscire e va allo stadio Heysel di Bruxelles».

In Grecia ci andò con un vicino di casa, in Belgio col padre. Quest’ultimo si rese subito conto che l’organizzazione e la dislocazione delle tifoserie lasciavano parecchio a desiderare. «Il cancello d’ingresso attraverso il quale vennero fatti entrare – racconta Serafini – era largo sì e no 80 centimetri. I gradoni del settore a loro riservati si sgretolavano solo a guardarli. Le famiglie italiane e gli scatenati e ubriachi hooligans inglesi divisi da una rete “da pollaio”. Babbo Antonio, infatti, decise di scendere un po’ più in basso. “Andiamo più in fondo, così se succede casino siamo più vicini al campo”, disse alla figlia. Ma non servì a nulla, purtroppo. Quando ci fu l’incursione più massiccia degli inglesi, si scatenò il fuggi-fuggi e tutti vennero travolti da un drammatico effetto-onda».

In pochi secondi la ressa si fece asfissiante. Antonio si ricorda come se fosse ora che fu costretto fisicamente a mollare la presa della mano di Giusy. Da lì, per lui, ci fu il buio. Si risveglia tra i morti, chi lo adagiò lì pensò evidentemente che lo fosse anche lui. Il suo pensiero va subito a sua figlia, si mette a cercarla, torna nel settore Z della curva dove si prende addirittura una frustata da parte di un gendarme. Poi si riavvicina a quella penosa schiera di morti, ed ecco la pugnalata al cuore: da un telo spunta una scarpa colorata (di quelle per le gite in barca a vela), come quelle indossate da Giusy quel giorno. Povera ragazza, era davvero lei. Quella Coppa si macchiò anche del suo sangue.

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