Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Roberto Tancredi, «Il mio calcio tra passato e presente, Pisa e Fiorentina? Qualcuno può sognare davvero...»

di Andrea Rocchi

	Roberto Tancredi
Roberto Tancredi

L’ex numero uno della Juventus si racconta al Tirreno: «Diamo fiducia a Thiago Motta. McKennie mi ricorda Furino»

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Arrivò a Torino come una frustata di salmastro. Aveva 15 anni, una valigia di sogni e quell’esuberanza di un adolescente cresciuto in una spiaggia di provincia. Di lì a poco, nella terra del rigore sabaudo, sarebbe diventato il custode della porta della Juventus dal 1968 al 1971, il numero uno. Avrebbe giocato con Picchi, Anastasi, Haller, affrontando campionissimi come Rivera, Boninsegna e Riva. A Rosignano Solvay, nota per la produzione di soda e bicarbonato, gli sportivi locali custodiscono il ricordo di due icone del calcio. Una è Roberto Franzon, grande tecnica e visione, l’uomo che giocò contro Pelè e segnò un gol al suo Cosmos. L’altra è lui, Roberto Tancredi, il portiere bianconero che fermò i lancieri di Cruijff e la cui storia, oggi, è diventata un libro mentre sull’erba sintetica a Marittimo 100 bimbi si allenano in una scuola calcio che porta il suo nome. Incontriamo Roberto nel sua casa al Villaggio, nello studio dove campeggiano attorno alla scrivania foto, gagliardetti e trofei che riassumono una lunga carriera di calciatore, talent scout e direttore sportivo. Ci conosciamo da oltre mezzo secolo, ma per l’intervista rispettiamo il rigoroso protocollo del “lei”.

Partiamo da questa foto ingiallita. Giovanissimi Rosignano, il periodo in cui arriva inattesa la chiamata. Quanti anni aveva?

«Avevo 15 anni, in questa foto in squadra ci sono tanti amici: Franzon, Lazzerini. Andavo al mare ai Canottieri. Mi chiamarono e mi dissero che mi volevano alla Juventus, per un provino. Il contatto avvenne tramite il massaggiatore del Rosignano. Avevano parlato di me a un dirigente torinese che veniva al mare qui. Dissero: “C’è un portierino niente male”. Dovevo stare a Torino sette giorni, mi ci tennero quindici».

Settore giovanile, un campionato juniores vinto, poi il debutto in prima squadra. Si fece male Anzolin e toccò a lei. La ricordano per quella partita con l’Ajax nel 1969.

«Si mi trovai a debuttare in quella partita contro l’Ajax campione d’Europa dove stava già emergendo l’estro di Cruijff. Me la cavai discretamente, ma la partita a cui sono più affezionato è la finale di ritorno della Coppa delle Fiere contro il Leeds United. C’erano mischie in area e arrivavano palloni dappertutto. Finì 1 a 1, all’andata era terminata 2 a 2. Non bastò per vincere ma loro erano fortissimi. Stopper giocava Jack Charlton, fratello di Bobby, campione del mondo nel 1966»

Ha giocato con tanti campioni. Chi lo ha impressionato di più?

«Nella Juventus sicuramente Anastasi. Era rapido, imprevedibile. Non sapevi mai cosa faceva. E poi c’era Haller, un tedesco fortissimo».

E come avversari?

«Ho affrontato Rivera, Boninsegna e tanti altri ma in quegli anni c’era il Cagliari di Gigi Riva, che vinse lo scudetto nella stagione 1969/70. Rombo di Tuono era incredibile, ma non riuscì mai a farmi gol» (sorride, ndr).

Racconti...

«Ricordo che una volta batté una punizione fortissima, col suo sinistro; il pallone rimbalzò sulla riga di gesso del campo e mi sbatté in testa. Io rimasi a terra intontito per qualche secondo, ma la palla non entrò»

Ha giocato con Armando Picchi che nel 1970 venne ad allenare proprio la Juve. Chi era Armandino?

«Un livornese di scoglio. Purtroppo ho vissuto da vicino la tragedia. Quando si ammalò andavo spesso a trovarlo all’ospedale. E anche nei momenti di sofferenza non perdeva mai la forza di fare le battute. Fra noi livornesi ci capivamo al volo. Mi ricordo una volta giocammo col Verona, eravamo avanti 2 a 0 ma D’Amato tirò una palla che colpì la traversa, mi fini sul groppone e termino in rete. Ricordo Armando che appena mi vide, all’ospedale, mi disse: “Roberto, me ne combini sempre qualcuna ...”».

Come ha vissuto la scomparsa?

«Con dolore. Quel giorno la Juventus organizzò una delegazione per partecipare al funerale, a Livorno. Arrivammo in aereo. Con me c’erano Furino, Cuccureddu e Morini. Ero il capo delegazione».

Veniamo a oggi. La sua Juventus è nel mirino, il nuovo ciclo annunciato, stenta a decollare...

«Sì, la Juventus è criticata ma se avesse un centravanti che la butta dentro cambierebbe tutto il discorso. Vlahovic è bravo ma è troppo discontinuo. Ci vorrebbe un cecchino, uno all’Anastasi».

Colpa di Motta?

«No, la Juventus sta riprendendo la stessa strada percorsa da noi quando arrivò Italo Allodi e ringiovanì il gruppo. Io a 25 anni mi trovai a essere tra i più vecchi. Oggi sta lanciando molti giovani interessanti, penso a Savona, che non conosceva nessuno e poi ci sono giocatori buoni».

Per esempio?

«L’americano, McKennie. Ha grinta, mi ricorda Furino ma coi piedi migliori».

Ha fiducia, dunque?

«Si il progetto bianconero è quello, occorre dare altro tempo a Motta. Certo che se perdesse altre 5-6 partite sarebbe un problema».

In casa Juve c’è chi rimpiange Allegri, che ne pensa?

«Allegri l’ho conosciuto bene. Lo vendetti io dalla Cuoiopelli al Livorno quando giocava. Come allenatore non si discute perché riesce a trasmettere sempre grande serenità alla squadra. Giochi una partita importante e hai la stessa pressione come tu giocassi una partita nel gabbione. Pratica un gioco meno manovrato ma più di contropiede, ma conosce bene il calcio. E poi è un vincente. Sta pagando un po’ quel suo carattere molto diretto. È uno che odia chi ti parla alle spalle, e si è visto».

Di portieri chi gli piace?

«Stankovic, del Venezia. L’ho visto salvare delle partite da solo»

E gli italiani?

«Nessuno. Oggi i portieri sono tutti degli spinacioni di 1 metro e 95. Per carità, bravissimi. Parano l’impossibile, ma questo non è il mio ideale».

Caminiti la definì tarchiato, preferisce i portieri più brevilinei?

«I miei maestri sono stati Anzolin e Vieri. Anzolin era molto tecnico, stilisticamente perfetto. Vieri aveva doti atletiche incredibili. Io giocavo negli Juniores della Juve ma quando potevo andavo al Filadelfia a seguire gli allenamenti dei rivali del Toro. Mi mimetizzavo tra i tifosi , dietro la porta, e scrutavo ogni mossa di Lido Vieri».

A proposito di grandi numeri 1, tre giorni fa ci ha lasciato Cudicini.

«Un grande. Ci siamo affrontati. Un taciturno ma arrivava dappertutto. Lo chiamavano il Ragno Nero. Un giorno Tuttosport ci dedicò una pagina, il titolo era: il veterano e la recluta».

Che ne pensa delle squadre toscane? La Fiorentina? Il Pisa ?

«La Fiorentina è una sorpresa, sta perdendo qualche colpo, ma chiunque ci giochi contro fa molta fatica. In B il Pisa ha un buon organico, un allenatore esperto per la categoria come Inzaghi e a mio avviso può fare il salto diretto in Serie A, anche se il Sassuolo ha un’altra marcia».


Il suo Livorno?

«Era in un limbo, ma ne sta uscendo fuori. Il presidente Esciua parlava un po’ troppo, ora parla meno e si affida molto di più ai suoi collaboratori. Indiani è un allenatore risoluto e preparato, la squadra conduce il gioco anche quando mancano i big. E quando entra Dionisi, poi, si vede la differenza. Sono fiducioso».

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