Il Tirreno

E poi all'improvviso
E poi all'improvviso

L’uomo che disegna Hollywood, le star in fila per i ritratti di Dicò

di Clarissa Domenicucci
L’artista romano consegnail ritratto a Penelope Cruz e con il quadro donato al grande attore Morgan Freeman
L’artista romano consegnail ritratto a Penelope Cruz e con il quadro donato al grande attore Morgan Freeman

L’artista romano, 60 anni, è nelle collezioni di Freeman, Reeves e Penelope Cruz: «Avevo 10 euro in tasca finché un gallerista vide il mio quadro su Marylin»

20 febbraio 2024
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La sua vita è un capolavoro tanto che ci stanno scrivendo un film: Enrico Dicò (1964, Roma) è un’icona internazionale della pop art, le sue opere sono esposte nelle gallerie d’arte più prestigiose del mondo, richieste dai collezionisti e dalle star di Hollywood che lo considerano una celebrità (tra i tanti Keanu Reeves, Penelope Cruz, Antonio Banderas, Javier Bardem). Oggi chiunque vorrebbe essere lui: ricco, quotato e con una compagna bella e complice al suo fianco, ma la vita di Dicò non è stata sempre un film: i soldi e i riconoscimenti sono arrivati dopo gli anni bui della disperazione, con poche lire in tasca e tanta pesantezza nel cuore. Si è conquistato l’epiteto di “artista del fuoco” dando fuoco alle lastre di plexiglass con cui avvolge i suoi dipinti, in un alveare materico mai definitivo, sfumature e combustioni, che servono a riportare in vita gli eroi immortali ritratti sul legno.

È inginocchiato nella sua chiesa del cuore quando arriva la folgorazione, piangendo chiede a Dio la forza di uscire da una situazione pesante e lui gli dona quell’intuizione: usare il fuoco come un pennello.

«Era il periodo più duro della mia vita, mi ero separato, avevo problemi con i miei figli, solo l’arte mi donava pace ma ero ancora avvitato su me stesso; la depressione diventa invalidante se non trovi la forza di rialzarti, bisogna trovarla sempre. Dopo otto mesi disperati ecco che arriva lei: dipingo su una grande tavola di legno la mia prima Marilyn, decisamente l’incontro che mi ha cambiato la vita».

La tavola rimane lì fino al 2012, quando a Roma arriva la grande mostra per i 50 anni dalla scomparsa di Marilyn Monroe e un’amica le propone di far vedere l’opera alla curatrice, Gloria Porcella: “non si ma mai”, lo esorta.

«Gloria apprezza l’opera – racconta lui – e mi dice di portarla il giorno seguente da suo padre Tony Porcella, storico gallerista romano: solo lui può decidere se inserire Marilyn nella prossima mostra di Miami. Il giorno dopo con mio figlio prendiamo un taxi diretti a piazza del Popolo, avevo in tasca gli ultimi dieci euro: io più di questi non ho- dissi al taxista, che comprese la situazione e mi fermò a pochi passi dalla galleria in via del Babuino. Fui accolto senza entusiasmo da un collaboratore di Porcella, mi disse di appoggiare la Marilyn in terra e mi sedetti su uno scalino a fumare una sigaretta. Porcella uscì fuori, vide l’opera e sgranò gli occhi, domandò al collaboratore chi ne fosse l’autore e disse: “questa va dritta a Miami, al centro della sala”. Il gallerista di Morandi, De Chirico e Guttuso aveva visto nella mia Marilyn la regina della festa».

Finalmente la grande occasione: incastona un diamante nero nel neo della Monroe e spedisce l’opera a Miami dove sarebbe stata esposta scortata da due agenti della polizia.

«Era un periodo no della mia vita quindi l’opera va persa a Filadelfia: dodici giorni in balia degli spedizionieri che mi dicevano di mettermi l’anima in pace, avevo una possibilità su cento di ritrovarla. Il 17 agosto avrebbero inaugurato la mostra, pochi giorni prima ero a Riccione in spiaggia con i miei figli e pregavo guardando il mare, fai che io sia quell’1 per cento dicevo, quando mi chiama la gallerista e mi dice: è arrivata la regina. Mi ha fatto dannare ma ne è valsa la pena».

Come andò la mostra?

«Oltre centro persone in fila, stampa e telegiornali. La gallerista tirandomi dentro mi disse: sono tutti per qui per lei (per Marilyn), ero su un tappeto volante».

L’America l’ha amata e l’ha lanciata, quando è tornato in Italia era un artista quotato. Aveva 46 anni, giovanissimo per gli standard dell’arte.

«Dalla povertà assoluta alla fama internazionale in pochi giorni, in America esiste la meritocrazia. Quando sono rientrato mi volevano tutti».

Tony Porcella, il gallerista che le aprì la porta per il successo, che ricordo di lui?

«Volle un ritratto in smoking, non ne aveva mai chiesto uno ad un artista».

Quanto vale oggi la sua Marilyn, alla quale ha sostituito il vecchio diamante nero con un tredici carati?

«È la 001 di 1300 opere, può arrivare a valere un milione di euro ma non la venderò mai, quando morirò mia moglie con la Fondazione dovrà farla girare tantissimo».

A livello artistico qual è il sogno che le resta da realizzare?

«Il Moma e vedrà che tra dieci anni ci arrivo con la prima Marilyn. Le mie opere fanno la differenza: la combustione, la luce, il carattere e lo spessore, annientano le altre».

Le opere di Dicò arredano gli ambienti più cool del mondo e le case delle star. Tra tutti i personaggi che ha incontrato chi le ha trasmesso qualcosa di indimenticabile a livello umano?

«Morgan Freeman è un uomo speciale, mi ha dato tanto e mi ha aperto le porte di Hollywood. Tredici anni fa era a Roma per girare Ben Hur e il proprietario dell’Hilton, l’hotel che lo ospitava, mi chiese di fargli un ritratto. Mi prepararono all’ipotesi che lui potesse non accettare, assediato da artisti di tutto il mondo, ma comunque lavorai a quell’opera come un pazzo, per due mesi cercai la foto da utilizzare. Volevo che lo colpisse e mi decisi per un fermo immagine del film Million Dollar Baby così avevo uno scatto inedito».

Freeman accettò il dono?

«Lo incontrai in suite e rimase a bocca aperta, mi prese le mani e mi domandò da dove venisse questa arte. Risposi che nasceva nel dolore, dalla separazione e dall’abbandono e lui mi regalò una frase importante che ho portato alla mia mostra al Vittoriale: solo il perdono uccide la rabbia».

Dove ha attaccato il quadro Freeman?

«Nel suo studio di Los Angeles, l’assistente mi disse che era felice come un bambino».

La mostra al Vittoriano del 2017 è stata un grande successo e per lei intimamente un sogno che si avverava. Chi è stata la sua prima fan?

«Mia mamma. Avevo 8 anni, mi cimentavo con le prime composizioni e bastava il suo sostegno per farmi sentire il più celebre artista del Vittoriano. Ho dedicato quel traguardo a lei».

A Roma la galleria in piazza Ricci, a Milano il nuovo spazio in via Foro Bonaparte. Progetti?

«Una nuova apertura in una capitale europea e il brand Dicò in edizione limitata».

Per chiudere il cerchio, ad un certo punto incontra l’amore…

«Sono stato un artista alla Picasso fino a quando ho incontrato lei: Alessandra è una parte di me, siamo uno per l’altro una cosa bella».

Qual è il quadro che ha regalato ad Alessandra?

«Un ritratto grandissimo, c’è scritto Regina del mio cuore».


 

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