Quarant’anni fa il primo cellulare “mattone”: pesava un chilo e costava 4mila dollari
Da lì nacque la rivoluzione che ci ha portato fino allo smartphone
Il telefono cellulare compie 40 anni. Il primo modello di telefono portatile – il Motorola Dynatic X8000X – che “Gekko” Michael Douglas impugna in “Wall Street”, fu messo sul mercato il 6 marzo del 1983 in 300.000 esemplari, al costo di 3.995 dollari ciascuno, ovvero 10.000 euro attuali. Pesava un chilo e fu poi ribattezzato “il mattone”.
In realtà l’uso dei cellulari è diventato di massa circa un decennio dopo, ma questa ricorrenza dovrebbe indurci a fare un primo bilancio su una delle più dirompenti rivoluzioni della storia.
Anno dopo anno, diventando sempre più connessi e “intelligenti”, i cellulari hanno radicalmente cambiato le nostre abitudini. Non solo possiamo telefonare, videochiamare e messaggiare chiunque illimitatamente – una cosa impensabile, per noi che siamo cresciuti nell’epoca dei gettoni –, ma coi cellulari ormai ci informiamo, paghiamo le nostre spese, fotografiamo le cose che riteniamo importanti, conosciamo gente nuova, guardiamo film e ascoltiamo musica. In pratica, un pezzo importante della nostra vita avviene sul cellulare.
Un tempo le case erano piene di fotografie e di giornali, di riviste e di dischi. Ora la memoria delle nostre passioni è immateriale, ed è tutta custodita in microchip che possiamo facilmente spostare da un apparecchio all’altro. Vecchi riti come andare al cinema, stampare fotografie, corteggiare di persona, comprare i giornali in edicola, fare la fila in banca – e così via – sembrano lentamente avviati verso il tramonto, perché ormai queste cose noi le facciamo sul cellulare.
Ma i cellulari il mondo lo hanno reso migliore o peggiore? Ecco una domanda che vale la pena di porsi. Da un lato adesso tutto sembra più facile – avere un’informazione, contattare qualcuno, soddisfare le nostre esigenze più immediate, ecc. –, dall’altro abbiamo perso ritualità antiche, attese, la pazienza di cercare qualcosa, di guardare negli occhi le persone, di stare insieme agli altri, ecc. Anche la nostra concezione del tempo è cambiata, perché ora facciamo tutto più rapidamente e ormai siamo abituati a essere intrattenuti in maniera sempre più adrenalinica. Insomma, la nostra capacità di concentrazione e di attesa è bassissima, perché la nostra mente si sta abituando ad avere sollecitazioni a getto continuo e perché siamo tutti sottoposti alla dittatura delle notifiche, per cui basta sentire che ci hanno scritto su WhatsApp o commentato su Facebook per farci interrompere quel che stavamo facendo, per esempio leggere un libro.
Dunque siamo più dispersivi e distratti, più isolati e virtuali, ma anche più connessi, più informati, con più tempo libero, visto che il cellulare ci permette di fare molti “servizi” senza doverci spostare o fare le file. E tuttavia tutto questo tempo libero recuperato grazie al cellulare noi poi lo sprechiamo trascorrendo ore e ore a guardare, come ipnotizzati, filmati insensati, “reel” dementi e fotografie che non sempre ci arricchiscono da un punto di vista umano e culturale.
Insomma, il cellulare è stato perdita ma anche guadagno. Forse, alla fine, è stato un pareggio. Certo, per chi è cresciuto con i gettoni e con i costi proibitivi del telefono fisso – chiamare all’estero era una spesa importante – forte è la tentazione di abbandonarsi alla nostalgia e al rimpianto del mondo perduto. Ma a essere sinceri fino in fondo non è poi stato così male cercare una parola sconosciuta su Google, videochiamare i figli, usare Google Maps, chattare con amici, ascoltare musica camminando per strada e avere le breaking news a portata di mano. Anche i più nostalgici, alla fine, devono ammettere che la rivoluzione del cellulare non è poi stata così negativa.
