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Sport: il commento

Italia Usa e getta, umiliati dai figli dell'Nba minore. Niente scuse e parole dolci: è una disfatta

di Giorgio Billeri
I giocatori degli Stati Uniti esultano per la vittoria facile contro l'Italia ai Mondiali
I giocatori degli Stati Uniti esultano per la vittoria facile contro l'Italia ai Mondiali

Ai Mondiali di basket è Caporetto azzurra contro una squadra di un altro pianeta. Tiriamo malissimo e gli Stati Uniti ci asfaltano in contropiede

05 settembre 2023
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Adesso tutti vi diranno che era troppo difficile, che va bene lo stesso, che siamo tornati tra le prime otto squadre al mondo e non accadeva dai tempi del governo Prodi I, che usciamo a testa alta, che ci rivediamo alle Olimpiadi e allora un bel dì vedremo. Chi perde deve spiegare, nello sport come nella vita. Giustificarsi, trovare scuse o attenuanti stavolta non serve.

La verità è che prendere 37 punti dai figli della Nba minore, che mossi a pietà hanno steso la tovaglia del picnic nell’ultimo quarto stappando le lattine di birra, è una piccola Corea in salsa cestistica, un’umiliazione che nemmeno il peggior detrattore di Pozzecco si augurava. Ci vuole lucida onestà nella sconfitta, soprattutto quando assomiglia alla resa di Caporetto, la ritirata di Russia: un esercito in rotta, le scarpe di cartone, i fucilini ad avancarica contro i cingolati. 100-63: avessimo il tempo di spulciare il libro maestro del basket azzurro, probabilmente non troveremmo una batosta del genere.
 

Umiliati in lungo e in largo: sul piano atletico anzitutto, ed era cosa nota, ma anche su quello mentale. Coach Steve Kerr, uno che ha governato gli eccessi di Golden State, figuriamoci se non caricava il team Usa a palla dopo la sconfitta, a questo punto non si sa quanto calcolata, con i lituani (che poi infatti le hanno prese dai serbi). I figli della Nba minore, che guadagnano dodici volte più dei nostri e sono stati baciati in culla dalla Musa del talento, sono partiti guardinghi e le legioni di innamorati azzurri davanti alla tv magari ci hanno sperato. Ma dall’8-8 il sipario ha celato il palco, gli Usa hanno azzannato la partita alla giugulare. Ci hanno seppellito sotto 16 triple, hanno tiranneggiato nelle vie aeree fluttuando in contropiede, ci hanno obbligato a girare al largo dall’area pitturata sotto la perenne minaccia delle stoppate.

E così agli azzurri, Pollicini nelle terre di Gulliver, non è rimasta che l’arma del tiro da tre punti: ma per noi il canestro aveva il diametro della moneta da due euro, per loro di una piscina a otto corsie. 7/38 da tre punti è roba non giustificabile, anche perchè quasi tutti i tiri sono stati presi al termine di attacchi ben fatti: una percentuale da minors di Serie C. Fontecchio 2/8, Spissu 2/7, Datome 0/2, Tonut 1/6: se c’era una possibilità su un milione, Lituania docet, era fare canestro dalla linea dei 6,75, come non detto.
 

Gli Stars and Stripes hanno incartato il regalo, ringraziato e, come nella loro cultura sportiva, non hanno tolto il piede dall’acceleratore se non nel garbage time, quando si gioca per il gusto di farlo. Paolo Banchero, il più atteso, bollato come traditore da tutta l’Italia della palla a spicchi, non ha mosso un muscolo del viso, occhi di ghiaccio e tanti saluti alle sue radici: otto punti, una schiacciata con esultanza clownesca che si sarebbe anche potuto risparmiare: la sensazione che con lui dalla nostra parte la storia sarebbe stata diversa. Alla fine resta, purtroppo, la Caporetto, l’umiliazione: il capitolo peggiore del bel romanzo azzurro.

Niccolò Melli ha impartito una ripetizione gratuita di mestiere, di posizione a rimbalzo, di abnegazione, lui vaso di coccio forgiato nella campagna reggiana tra i vasi di ferro, anzi di titanio, dei lunghi statunitensi: è toccato a lui, anima e core di questo spogliatoio, lenire le bruciature di un ko storico. «Non meritavamo questo divario, è stato impietoso per il percorso fatto fino ad ora». Scontato che la chioccia cerchi di proteggere i pulcini bagnati dalla tempesta, scontato anche che coach Pozzecco, occhi spiritati, parli di «strada giusta nonostante questa delusione».



Si, siamo tornati nel G8 della palla a spicchi ma non basta per essere completamente felici: avessimo combattuto, fossimo caduti in ginocchio con il coltello in pugno e il ghigno alla Rambo l’effetto sarebbe stato meno dirompente. Invece il mondo di sopra, quello degli inarrivabili professionisti d’oltreoceano, ci ha respinti nel modo peggiore.

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