Il Tirreno

Prato

L’inchiesta

Prato, ora la droga e i cellulari vengono lanciati ai detenuti in carcere con fionda e filo da pesca

di Mario Neri
Prato, ora la droga e i cellulari vengono lanciati ai detenuti in carcere con fionda e filo da pesca

La nuova tecnica scoperta dalla Procura alla Dogaia. Lanci dall’esterno, telefoni murati nelle celle e carenza di personale: l’inchiesta di Tescaroli ricostruisce un sistema criminale che si adatta dopo i blitz del 2025. Ma i detenuti cominciano a collaborare

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PRATO La nuova frontiera passa da una fionda o da un filo da pesca. Un uomo disteso nella vegetazione, a cinquanta metri dal muro di cinta, tende l’elastico come David contro Golia, oppure lancia una lenza da pesca e aggancia un pacco come un Sampei del crimine. Dall’altra parte qualcuno aspetta il segnale. Il pacchetto che vola all’improvviso e viola i “sistemi” anti-drone. Oppure il filo scorre sopra il cemento, oltre le barriere, dentro il carcere. È il 17 marzo 2026, Dogaia. Gli agenti arrivano mentre il plico viene legato alla lenza. Dentro ci sono hashish, altra sostanza stupefacente, due telefoni cellulari, uno è un mini-smartphone. Il materiale viene sequestrato. Il fornitore scappa. La Procura annota un dato: il numero di personale non è sufficiente a chiudere ogni varco.

Non è un episodio isolato. È una tecnica nuova, più bassa, meno visibile dei droni, più difficile da intercettare. Si muove sotto la linea dei radar, sfrutta la vegetazione, la distanza, i tempi rapidi. La sera del 21 marzo altri pacchi arrivano dall’esterno. Due panetti di hashish, cento grammi complessivi, vengono recuperati tra il muro perimetrale e l’interno del carcere. Gli involucri sono doppi, pensati per resistere all’urto e nascondere il contenuto. Anche qui chi lancia riesce a dileguarsi.

Due giorni dopo, 23 marzo, il fronte si sposta dentro. Reparto Alta sicurezza, nona sezione. Un detenuto condannato per reati gravi viene sorpreso mentre usa un telefono per una videochiamata. Nella stessa area un secondo dispositivo viene trovato murato nella parete di una cella, spento, senza sim. Niente doppiofondo. È inglobato nel muro, coperto con materiale da costruzione per eludere anche i controlli elettronici.

La sequenza degli episodi entra nel fascicolo della Procura guidata da Luca Tescaroli e aggiorna la mappa del carcere. Dopo i blitz del 2025, le perquisizioni su larga scala, i sequestri di telefoni e droga, il sistema non si è fermato. Si è sposta, cambia continuamente forma, cerca altre strade. Prima i lanci, poi i droni, ora la fionda e il filo da pesca. La logica resta la stessa: aggirare il perimetro, mantenere attivi i canali di approvvigionamento, garantire la comunicazione con l’esterno.

Nella nota della Procura si parla di attività criminale “pulviscolare”. Piccoli frammenti distribuiti in più punti della struttura. Non un’unica regia visibile, ma una rete che si adatta, che sfrutta ogni interstizio. Il controllo si gioca su dettagli minimi: una finestra, un angolo cieco, una zona di vegetazione. Quando manca il presidio, il sistema si inserisce. E il tema del personale torna nelle carte. Nel tentativo del 17 marzo gli agenti riescono a sequestrare il plico ma non a fermare chi lo ha lanciato. È una linea che gli inquirenti mettono nero su bianco: la copertura non è sufficiente a blindare il perimetro.

Dentro, intanto, i telefoni continuano a circolare. I sequestri non esauriscono il fenomeno. I dispositivi riappaiono, vengono nascosti meglio, utilizzati per chiamate e contatti che tengono in piedi i traffici. La scoperta del telefono murato segna un salto di qualità: l’occultamento diventa strutturale, integrato nella cella. La Dogaia resta un sistema che reagisce agli interventi. Ogni operazione produce un adattamento. Le centrali dello spaccio si spostano, i canali cambiano, le tecniche si affinano. Non si ferma, si trasforma.

Nello stesso quadro emerge un elemento diverso. Alcuni detenuti hanno iniziato a collaborare con gli investigatori. Forniscono indicazioni sui canali di ingresso, sui passaggi interni, sui ruoli. La Procura segnala che questa collaborazione sta producendo risultati e chiede che si rafforzi. È da lì che passano le informazioni più utili per ricostruire la rete e seguirne gli spostamenti.

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