La caccia al Dna di Leonardo passa da Prato, dalle lettere del ’400 al segreto del Bimbo santo
La più ambiziosa ricerca genetica mai tentata sul da Vinci porta in città. Un’indagine su “Science” racconta delle carte custodite a palazzo Datini
Prato, a un certo punto, diventa una scena. Non un fondale. Proprio un luogo-chiave. Perché se la caccia al Dna di Leonardo da Vinci ha l’aria di un romanzo scientifico – tra guanti, tamponi, archivi e ossa antiche – è qui, tra le carte di Palazzo Datini, che la trama trova una delle sue svolte più concrete. Una ricerca da poco pubblicata su Science – e firmata da Richard Stone – mette in fila alcune scoperte e un fatto sorprendente: per provare a inseguire l’impronta biologica del genio di Vinci, gli scienziati del Leonardo da Vinci DNA Project (LDVP) non partono dai capolavori blindati, né dalle reliquie irraggiungibili. Partono dalle cose solo in apparenza “minori”: un disegno conteso e una manciata di lettere quattrocentesche. E Prato, in questa storia è il punto dove la genealogia diventa materiale, dove l’ipotesi prende la forma di un sigillo.
Nelle stanze dell’Archivio di Stato di Prato, al Datini, sono conservate le lettere di Frosino di ser Giovanni da Vinci, parente della famiglia. Documenti già digitalizzati, certo, e quindi esposti a contaminazioni moderne. Ma molte missive conservano ancora il dettaglio decisivo: cera e spago, chiusure elaborate, e su quella cera – come su una piccola scena del crimine – l’impronta del mittente. Uno dei sigilli, dicono i ricercatori, conteneva “una quantità enorme” di Dna umano. Un deposito di tempo, intrappolato in pochi millimetri di materia.
È da lì che si prova a costruire un confronto. Perché senza un campione certo di Leonardo, quasi distrutto o “disturbato” nella sepoltura e privo di discendenti diretti, la strada obbligata è laterale: seguire il cromosoma Y, quello che passa quasi intatto di padre in figlio. Il progetto lo fa incrociando fonti diverse: Dna su carta, Dna su cera, e poi – presto – Dna di discendenti maschi viventi della linea paterna ricostruita attraverso secoli di atti e registri. L’altro oggetto simbolo è il disegno noto come “Santo Bambino”, matita rossa, volto di ragazzo inclinato, sfumato morbido come nebbia sulle guance. Opera “da Leonardo” per qualcuno, “da bottega” per altri. Qui interviene la parte più delicata della storia: tamponi non invasivi, passati sul recto e soprattutto sul verso, per raccogliere tracce intrappolate nelle fibre della carta. Il genetista Norberto Gonzalez-Juarbe e il team recuperano Dna umano e ambientale. Prima regola: escludere il moderno. «Si può pensare a questo come a un’impronta digitale ambientale. Non è la prova di dove è stato realizzato il disegno, ma ci dice qualcosa sul mondo che ha attraversato», dice Gonzalez. Il mercante d’arte Fred Kline, che aveva posseduto il foglio, viene scartato grazie ai suoi dati genetici forniti dai familiari. Poi si passa al confronto.
Il risultato, per ora, è un indizio forte ma non una sentenza: alcune sequenze del cromosoma Y ricavate dal disegno e dalle lettere pratesi convergono nello stesso aplogruppo, E1b1b, compatibile con la Toscana e con un’origine familiare comune. Charles Lee (Jackson Laboratory) lo dice senza enfasi: è un inizio, ma non una prova: «Dire se il Dna del Santo Bambino sia davvero quello di Leonardo è, al momento, un lancio della moneta». David Caramelli (Università di Firenze), specialista di Dna antico, concorda: la scienza qui cammina con prudenza, perché cinque secoli di mani – collezionisti, archivi, restauri – possono lasciare firme ingannevoli. «Stabilire un’identità inequivocabile è estremamente complesso».
E poi c’è Vinci, che in questa mappa non è solo un toponimo ma un ritorno alle radici. Sotto la chiesa di Santa Croce, gli scavi hanno riportato alla luce ossa di più individui; un osso petroso datato tra 1421 e 1457 – gli anni del nonno di Leonardo – è maschile e potenzialmente ricco di Dna. Se quel cromosoma Y combaciasse con quello dei discendenti viventi e con le tracce su carta, la Toscana diventerebbe un laboratorio diffuso: Prato come archivio biologico, Vinci come genealogia sepolta, Firenze come snodo documentario (anche se più protetto), e sullo sfondo Amboise, con la leggenda di una ciocca di capelli che potrebbe – forse – chiudere il cerchio. Questa non è solo una caccia al Dna: è anche un cambio di sguardo. L’arte, finora, si autenticava con l’occhio, con la mano del conoscitore, con la perizia dei materiali. Oggi arriva l’idea che la biologia non sia soltanto contaminazione da eliminare, ma traccia da interpretare: l’“arteomica”, la chiamano. E in questa storia, paradossalmente modernissima, Prato entra in campo non per un museo o una mostra, ma cinb una lettera antica e un sigillo di cera
