Prato, la storia del falso “made in Italy”: «Blocchiamo la merce qui e salta una sfilata di moda a New York»
Assemblea davanti alla confezione di Montemurlo dove c’è stato il pestaggio degli operai. Il sindacato Sudd Cobas racconta come funziona il sistema. Tra i committenti anche Patrizia Pepe. Perquisita la sede della Alba srl
PRATO. Lo chiamano e lo vendono come “made in Italy” ma sarebbe più corretto chiamarlo “made in Bagladesh” o “made in Pakistan”. Perché sì, è fatto in Italia ma viene prodotto alle condizioni di un paese del Terzo mondo. E’ questo il nocciolo della questione che da tempo agita il “distretto parallelo” di Prato, quello dove lavora un esercito di operai sottopagati e che ogni tanto, come è accaduto martedì mattina a Montemurlo in via delle Lame davanti alla confezione-stireria Alba srl, sfocia nel pestaggio dei lavoratori che non ci stanno più a lavorare a certe condizioni (12 ore al giorno, spesso 7 giorni alla settimana, senza diritti).
Questa storia del “made in Italy” che luccica all’estero e odora di sfruttamento in Italia l’ha raccontata bene martedì sera Luca Toscano, il sindacalista del Sudd Cobas che ha organizzato la mobilitazione.
La sfilata saltata
«Venerdì mattina eravamo in via Lecce, davanti alla fabbrica fantasma che è stata aperta per togliere il lavoro a chi ha preso i diritti (cioè ai 18 lavoratori dell’Alba in sciopero, ndr) – ha detto all’assemblea serale seguita al pestaggio – Un picchetto bloccava della merce. Bene, quella merce bloccata ha prodotto l’annullamento di una sfilata di moda a New York. Quei pantaloni costano 1.500 euro l’uno. Guardate la misura dell’ingiustizia; qui stiamo discutendo se un pantalone che viene venduto a 1.500 euro deve essere fatto da un operaio che lavora 40 ore a settimana per 1.500 euro (quello che chiedono i lavoratori in sciopero, ndr), oppure se deve essere fatto in via Lecce da un operaio che guadagna 1.300 euro lavorando 12/13 ore al giorno dal lunedì al sabato. In questa battaglia siamo tutti chiamati a dire che quel pantalone non deve essere fatto da degli schiavi, da lavoratori portati qui da un caporale (questo il sospetto del sindacato, ndr) per fare fuori chi ha preso i diritti e lavorare senza nessuna tutela, senza nessun diritto».
Ora focus sui committenti
Ora l’obiettivo del sindacato sono i committenti, perché il sistema è sotto gli occhi di tutti, anche se molti preferiscono non vederlo: le grandi case di moda commissionano un lavoro a un’azienda italiana, che a sua volta lo subappalta a una delle tante aziende, quasi sempre a conduzione cinese, ma anche albanese, come è il caso dell’Alba di Montemurlo, dove il rispetto del contratto di lavoro è un’utopia.
Tra i brand che danno lavoro alla Alba srl di Montemurlo, passando da un intermediario italiano, c’è una società con sede a New York, la Grey/Ven, cioè quella che ha dovuto annullare all’ultimo momento la sfilata. Ma c’è anche Patrizia Pepe, hanno spiegato oggi, 17 settembre, i sindacalisti Sudd Cobas. In questo caso le commesse sono dirette, senza intermediari.
I grandi brand, sostiene il Sudd Cobas, fanno finta di non vedere. Dicono che non possono sapere che cosa succede all’inizio della filiera, ma poi sbandierano i codici etici facendo credere al consumatore che siano garantiti i diritti dei lavoratori lungo tutto l’arco della filiera. «Se è così – dice Luca Toscano – allora abbiano il coraggio di cambiare il loro modello di produzione. Facciano le assunzioni dirette dei dipendenti senza subappaltare la produzione». Ovviamente non lo fanno perché così il costo del lavoro aumenterebbe. Preferiscono delocalizzare senza uscire dall’Italia. «Andrà così anche questa volta – dice il sindacalista – Verranno a dirci che non sapevano, toglieranno la commessa all’azienda sotto i riflettori e la daranno a una delle tante altre che lavorano a certe condizioni. Statisticamente sanno che è molto difficile essere colti in castagna due volte di seguito». Almeno fino a quando i lavoratori non andranno a raccontarlo al sindacato, come succede sempre più spesso.
Ma ora il Sudd Cobas vuole fare un passo avanti. Pretende che il lavoro non venga tolto alla Alba. Semplicemente vuole che in quell’azienda siano rispettati i diritti, si lavori cinque giorni per otto ore e gli stipendi siano adeguati al contratto. «Patrizia Pepe era anche tra i committenti della Iron & Logistics di via Ciulli – ricorda Luca Toscano – In quel caso la commessa venne tolta all’azienda dopo il nostro intervento, ma non era quello che volevano i lavoratori della Iron e non è quello che ora vogliono i lavoratori dell’Alba».
L’inchiesta della Procura
Oggi il procuratore Luca Tescaroli ha reso noto di aver aperto un fascicolo in cui si ipotizzano i reati di violenza privata e lesioni personali nei confronti dei responsabili dell’aggressione di Bilal, l’operaio bengalese trentenne che è stato picchiato nel piazzale della Alba srl. I carabinieri e la Digos della polizia hanno acquisito le immagini delle telecamere di sorveglianza ed è stata disposta una perquisizione negli uffici dell’azienda e nella sede di un’altra azienda collegata. La Procura invita anche i testimoni dell’aggressione a farsi avanti per raccontare quello che hanno visto. Intanto la titolare dell’azienda ha passato una notte in ospedale per i postumi di una crisi isterica accusata subito dopo i fatti.
La condanna di Giani: «Fare chiarezza»
«Quello che è accaduto a Montemurlo è grave e inaccettabile – ha detto oggi il presidente della Regione Eugenio Giani – Operai in sciopero, che esercitavano un loro diritto, sono stati aggrediti davanti ai cancelli dell'azienda: un episodio che non appartiene a una terra come la Toscana. Il diritto di sciopero è sancito dalla Costituzione e nessuno può pensare di zittire i lavoratori con la violenza. Come presidente della Regione Toscana esprimo la mia vicinanza ai lavoratori colpiti e condanno con fermezza quanto accaduto. Chiedo che si faccia piena chiarezza, perché chi si rende responsabile di simili atti deve risponderne davanti alla legge. La Toscana è e resterà una terra di diritti, lavoro e dignità, e su questo non faremo mai passi indietro».