Prato, la presidente di Confindustria sui dazi Usa: «Caro Trump, ci rimettiamo noi ma anche voi»
La provincia esporta il 4,9% verso gli Usa, pari a 160 milioni di euro
PRATO. Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump confermerà la decisione di imporre dazi sulle esportazioni, a rimetterci saremo un po’ tutti, l’Europa, Prato, ma anche gli stessi americani. Ne è convinta Fabia Romagnoli, presidente di Confindustria Toscana Nord, che ha fatto il punto sui numeri in attesa dell’esito della trattativa tra Stati Uniti e Unione europea. La quota di export della provincia di Prato indirizzata agli Usa è complessivamente solo del 4,9%, pari a meno di 160 milioni di euro, ma i dazi colpiranno in maniera diretta soprattutto alcuni prodotti fortemente caratterizzanti il nostro sistema produttivo.
"La doccia fredda del 30% di dazi Usa – si legge in una nota di Ctn – è piovuta sulle merci europee quando l'ipotesi su cui si stava ragionando era quella, già temibile, del 10%. Non c'è ancora nulla di definitivo, dato che il nuovo regime daziario diverrà operativo dal 1° agosto e che le prossime due settimane saranno caratterizzate da un dialogo - dai toni probabilmente in parte concilianti e in parte ritorsivi - fra Unione Europea e Stati Uniti: qualche apertura sembra esserci ma la preoccupazione fra le imprese è forte”.
Le esportazioni complessive dell’area Lucca-Pistoia-Prato verso gli Usa sfiorano nella media degli ultimi anni gli 800 milioni annui, pressoché esclusivamente dovuti a prodotti manifatturieri e in progressiva crescita; il mercato statunitense rappresenta il 7,6% del totale dell'export delle tre province. Meno ingenti ma comunque significative anche le importazioni, quantificabili in 180 milioni di euro annui (3,5% del totale), di cui l’85% costituiti da prodotti manifatturieri.
I settori dell’area interessati alle esportazioni verso gli Usa sono per il 20% macchinari e apparecchi, principalmente macchine per l’industria cartaria e per il tessile (160 milioni euro nella media degli ultimi anni); per questi prodotti il mercato statunitense vale il 50% del totale, ed è quindi il primo per importanza. Un altro 20% di valori all’export è rappresentato dai prodotti alimentari, e anche per questi gli Usa sono il primo mercato di riferimento con una quota del 30%. Gli Usa sono il primo mercato, con riferimento all'area di Confindustria Toscana Nord, anche per il lapideo (quota del 40% del totale dell'export del settore) e le calzature (quota del 20%). Secondo mercato invece per la farmaceutica e i prodotti in metallo, con una quota, comunque rilevante, del 17%. E' un caso particolare invece il 16% recente della nautica e del ferrotranviario: si tratta infatti di un valore che oscilla in maniera molto forte da un anno all'altro a causa del tipo di prodotto. Inferiori ma comunque significative le quote che riguardano altri settori, dal 9% degli articoli di abbigliamento al 6% di tessuti e filati e al 4% del cartario.
«Il tema dei dazi statunitensi è cruciale per il territorio di Lucca, Pistoia e Prato, in termini sia diretti che indiretti - commenta Fabia Romagnoli – L'introduzione di aumenti dei dazi così consistenti va a sommarsi all'attuale rapporto di cambio euro/dollaro che già da solo costituisce un ostacolo forte alle esportazioni. Al di là degli effetti immediatamente misurabili sui singoli prodotti, infatti, il rischio forse più grave è di sistema, che si abbatterà sulle catene di produzione nel loro complesso, incluse quelle statunitensi. Le importazioni negli Usa di semilavorati, ad esempio, colpiranno le produzioni dello stesso paese importatore. Non bisogna dimenticare che il problema è già in atto: per esempio su acciaio e alluminio i dazi erano al 25% già prima del ritorno alla presidenza di Trump, che li ha portati al 50% in partenza sulla sola materia prima; ma da marzo c'è stato anche l’allargamento dell’imposizione ai prodotti derivati, divenuti estremamente costosi negli Usa. La crescita economica mondiale, sia dei paesi occidentali che di altri, storicamente è stata favorita da una concezione degli scambi commerciali all'insegna della libera circolazione delle merci. Le barriere tariffarie di un paese importante come gli Stati Uniti ne innescano altre, fanno lievitare prezzi e inflazione, deprimono i consumi: a rimetterci saremo un po' tutti, inclusi verosimilmente gli stessi Stati Uniti. L'Unione Europea dovrà calibrare la propria posizione con lucidità, realismo e fermezza, sperando in una rimodulazione meno impattante di quella prospettata. Ma contemporaneamente occorre anche che a livello europeo (oltre che di governo italiano per quanto in suo potere) questa occasione venga vissuta come uno stimolo forte a tarare le proprie politiche economiche in senso più favorevole allo sviluppo industriale. Gli indirizzi strategici di innovazione e di sostenibilità devono essere orientati verso obiettivi di crescita e realisticamente compatibili con questi ultimi. A livello nazionale rimane anche, in buona parte irrisolto, il problema dei costi energetici».
«Nel caso specifico di Prato – aggiunge Romagnoli – alcuni prodotti avevano già dazi rilevanti: ad esempio i tessuti cardati e pettinati a maggioranza lana, che sono già al 25% del valore e che quindi vedrebbero la tariffa più che raddoppiata; ma anche alcune tipologie di capi di abbigliamento da donna sono già oggi al 14,9% e alcuni accessori superano il 10%. Le macchine tessili che Prato esporta verso gli Usa, soprattutto per la produzione e il finissaggio dei tessuti non tessuti, hanno oggi invece dazio zero o minimo: e non a caso, essendo una risorsa indispensabile per l'industria tessile americana. Anche se la quota di export della provincia di Prato indirizzata agli Usa è complessivamente solo del 4,9%, pari a meno di 160 milioni di euro, i dazi colpiranno in maniera diretta soprattutto alcuni prodotti fortemente caratterizzanti il nostro sistema produttivo. Ma la preoccupazione principale rimane quella generale: catene di fornitura e possibile, per non dire probabile, strozzatura degli scambi internazionali».