Arrestato per un omicidio commesso 36 anni fa: dalla fuga alla nuova vita in Italia, "cold case" cinese a Prato
La giustizia presenta il conto per il delitto del 1989, ora si attende la decisione sull’estradizione
PRATO. Xie Binglong, un cinese che dice di avere 53 anni, ha passato due terzi della propria esistenza con la spada di Damocle di una condanna per omicidio pronta a calare sulla sua testa. Sono passati 36 anni e alla fine la giustizia si è ricordata di lui, la polizia lo ha arrestato e ora attende in una cella del carcere della Dogaia la decisione sulla sua sorte, se cioè dovrà rimanere in Italia a scontare la sua pena oppure sarà estradato in Cina.
È una vicenda veramente singolare quella di Xie Binglong, un “cold case” che affonda le sue radici nel secolo scorso. Più precisamente nell’anno che ha rappresentato uno spartiacque nella storia della Repubblica popolare cinese. Era il 1989 e mentre i suoi coetanei protestavano e si facevano anche ammazzare in piazza Tienanmen, Xie aveva altro a cui pensare. Secondo un Tribunale cinese, il giovane Xie litigò con un connazionale per questioni di soldi e al culmine della lite lo uccise a coltellate.
Evidentemente non fu subito catturato e in qualche modo, successivamente, riuscì a rifugiarsi in Occidente. All’epoca non era facile espatriare nemmeno per chi non aveva pendenze con la giustizia, figurarsi per uno ricercato con l’accusa di omicidio. Ma il nome dell’omicida rimasto negli archivi giudiziari cinesi non è lo stesso dell’uomo oggi di mezza età che lunedì scorso è stato arrestato a Prato dalla squadra mobile della polizia. In Italia e a Prato Xie Binglong è arrivato con un nome che quasi certamente non è quello vero, e chissà se è vera anche la sua età. Ci è arrivato con un documento falso, dopo aver pagato qualcuno per chiudere un occhio, e dopo tutto questo tempo forse poteva sperare che il Grande fratello cinese si fosse dimenticato di lui, che ora ufficialmente faceva l’operaio in una delle tante confezioni cinesi.
Invece no. Una segnalazione dell’Interpol è arrivata alle autorità italiane, che in questo caso si sono dimostrate più efficienti di quelle cinesi, spesso un muro di gomma davanti alle rogatorie internazionali. E così la polizia di Prato ha rintracciato il cinese conosciuto come Xie Binglong e lo ha portato alla Dogaia. Gli atti sono stati trasmessi alla Segreteria affari internazionali della Corte d’appello di Firenze, l’ufficio che si occupa delle questioni che riguardano i rapporti con l’estero, tra cui le estradizioni. L’arrestato, difeso dall’avvocato Alessandro Fantappiè, è comparso davanti a un giudice e l’arresto è stato convalidato. Ora si tratta di capire se Xie sarà estradato.
Nei casi di omicidio l’estradizione verso la Cina può essere difficile, se non impossibile, perché a Pechino c’è ancora la pena di morte. Ma nel caso di Xie Binglong lo scoglio potrebbe essere superato dalle poche righe con le quali la Cina ha chiesto di rintracciare il ricercato. In quella nota si prospetta la pena dell’ergastolo e questo potrebbe significare che Xie è già stato processato in contumacia e la condanna è passata in giudicato. Se così fosse, e visto che non si sta parlando di un perseguitato politico, l’Italia potrebbe dare il via libera all’estradizione. La Corte d’appello valuterà se lo stato delle carceri cinesi rispetta gli standard minimi di sicurezza per il detenuto, ma vista la situazione in cui si trova adesso la Dogaia, è probabile che una cella di una prigione cinese sia più confortevole di una del carcere di Maliseti.