Prato, l’alleanza tra la camorra e gli sfruttatori degli operai: dieci arresti
Il clan Sarno voleva allargarsi in Toscana e in Liguria: estorsioni agli imprenditori campani che riciclano i tessuti e sfruttamento della manodopera pachistana
PRATO. Un’associazione a delinquere aggravata dall’uso di metodi mafiosi è stata scoperta dalla guardia di finanza di Firenze che oggi, 20 maggio, ha notificato 12 misure di custodia ad altrettanti indagati (cinque arresti in carcere, cinque ai domiciliari e due interdizioni con divieto di ricoprire uffici direttivi di persone giuridiche e imprese). La Finanza ha eseguito i provvedimenti in Toscana, Liguria, Campania e Friuli Venezia Giulia. Il procuratore di Firenze Filippo Spiezia spiega in una nota che agli indagati viene contestata l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a reati fiscali e all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’auto-riciclaggio aggravato dalla finalità di agevolare un’associazione camorristica «in vista della sua riorganizzazione sul territorio toscano», l’estorsione (anche questa aggravata dal metodo mafioso) e alcune violazioni in materia di immigrazione clandestina.
La Procura ha disposto anche sequestri di beni mobili e immobile per un valore di circa un milione di euro.
Il presunto gruppo criminale smantellato dall'operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, in collaborazione con il comando provinciale della Guardia di Finanza fiorentina, che ha portato questa mattina all'esecuzione di 12 misure cautelari e al sequestro di beni per un valore di circa un milione di euro, sarebbe legato al clan camorristico Sarno - storico sodalizio attivo nel quartiere Ponticelli e nell'hinterland di Napoli - che secondo gli inquirenti avrebbe ricostituito in Toscana e Liguria una struttura organizzata per delinquere, nonostante alcuni dei suoi membri fossero formalmente collaboratori di giustizia. Dall'inchiesta, sviluppata dal Gico del nucleo di polizia economico-finanziaria di Firenze e che ha coinvolto anche Liguria, Campania e Friuli Venezia-Giulia, è emerso come la collaborazione con la giustizia da parte di alcuni membri non abbia portato allo scioglimento del clan, ma anzi abbia favorito il reinsediamento in nuovi territori, dove - sfruttando i legami con l'ambiente criminale di origine - sono state riprodotte dinamiche tipiche della camorra, con intimidazioni, riciclaggio e infiltrazione nell'economia legale. Secondo gli investigatori della guardia di finanza, un autonoleggio a Prato sarebbe stato il quartier generale per la pianificazione e la gestione operativa dell'organizzazione. L'indagine, spiegano gli investigatori, ha documentato due modalità di azione distinte ma convergenti: intimidazione e controllo su imprenditori, soprattutto campani, attivi in Toscana nel settore del riciclo dei rifiuti tessili, attraverso estorsioni e minacce, facendo leva sul "prestigio” criminale del clan; inserimento nel tessuto economico toscano con la creazione di un sistema di frode fiscale e sfruttamento del lavoro, grazie a una rete di fatture false e all'impiego di manodopera clandestina, in particolare pachistana reclutata per conto di imprenditori cinesi operanti nel distretto tessile pratese.
