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Tessile sull’orlo del precipizio: «Senza aiuti, rischio collasso»

di Alessandro Formichella
Tessile sull’orlo del precipizio: «Senza aiuti, rischio collasso»

L’allarme di Lorenzo Pancini, segretario della Cgil di Prato: in nove mesi hanno chiuso 80 aziende

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PRATO. Uno tsunami, quello della crisi del distretto tessile, che se a febbraio non vedrà una proroga della cassa integrazione in deroga, provocherà la chiusura di altre decine di aziende del comparto.

E' lo scenario che il segretario generale della Cgil pratese, Lorenzo Pancini, ha descritto per filo e per segno partendo dalle 500 aziende manifatturiere che hanno chiuso i battenti negli ultimi 10 anni a Prato e le 80 che sono state costrette a farlo nei primi nove mesi di quest'anno. E' un bilancio difficile quello dell'anno che si sta chiudendo. Il maggior sindacato dei lavoratori conferma che «siamo di fronte alla quarta e maggiore crisi industriale degli ultimi 10 anni dice Pancini – e la crisi non può ricadere sempre sulle lavoratrici e sui lavoratori. E' necessario un cambio di passo radicale che coinvolga tutta la comunità, tutta la città, perché se manca il lavoro come sta avvenendo si crea il deserto attorno. E' necessario affrontare la crisi con istituzioni e cittadini quanto prima, o non ci sarà più tempo per farlo». Davanti, secondo il segretario della Cgil, c'è la globalizzazione dei mercati produttivi e finanziari che continua a fare pressione e che determina la necessità, secondo le parole del sindacalista, di «aggregare, consorziare, rendere grandi le aziende perché il piccolo anche se bello non regge più ai colpi di quanto avviene nel mondo». In numeri: le ore autorizzate di cassa integrazione autorizzate nel 2024, fino allo scorso settembre, sono aumentate del 128 % rispetto a tutto il 2023 e, ancora più preoccupante, da aprile a settembre 2024 la richiesta di cassa integrazione è aumentata addirittura del 228 % rispetto allo stesso periodo di un anno fa. La crisi del tessile rischia di affondare la città e il distretto. E non va meglio nel terziario e nei servizi che, come dice Lorenzo Pancini, si agganciano alla crisi montante del settore principale, tessile, confezioni e pronto moda, determinando condizioni di lavoro che hanno ridotto di quasi il 50 % in dieci anni il reddito medio dei lavoratori pratesi nel manifatturiero e nel terziario, passato da circa 23mila euro l'anno agli 11mila e spiccioli del 2023.

«Come si può pensare ad uno sviluppo economico quando ormai è diventato strutturale il part time involontario» puntualizza Pancini, condizione quest'ultima che se prima colpiva soprattutto il mondo delle donne oggi coinvolge anche quello maschile. Dai recenti dati Inps rielaborati dalla Cgia di Mestre sul 2023, si rileva che Prato ha ridotto e di molto la sua capacità retributiva; al 2023 lo stipendio medio mensile da lavoro nel pratese è di 1.511 euro lordi. «Non possiamo andare avanti crisi su crisi con tamponi vari, bisogna assolutamente mobilitarci con la città perché sia cambiato strutturalmente il sistema del lavoro e della produzione. Da soli non si vince, sono necessarie forti aggregazioni di aziende e imprese per reggere il confronto con il mercato globale, perché di questo si tratta, e la logica del "piccolo è bello" rischia di farci affondare. Quello della crisi del distretto deve essere un problema sentito da tutti, perché coinvolgerà tutti nella mancata redistribuzione dei redditi e, quindi della spesa» prosegue il segretario Cgil. Fino ad ora sono state autorizzate dall'Inps oltre 1 milione di ore di cassa integrazione nel solo 2024. «Vediamo quante delle ore autorizzate di cassa integrazione saranno poi consumate. Ma la riduzione di un buon 30 % di soldi nella busta paga e nelle tasche dei lavoratori del manifatturiero, pesa tanto eccome nella vita di ogni mese e nella vita della città». Pancini richiama alla mobilitazione: a promuovere azioni di ogni tipo che facciano uscire dalla recessione il distretto tessile in tutte le sue ramificazioni.  

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