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L’inchiesta

Scommesse clandestine a Prato e Pistoia: arrestati Giacomo e Francesco Terracciano


	Giacomo Terracciano
Giacomo Terracciano

È l’esito di un’indagine di polizia e guardia di finanza che ha portato al sequestro di oltre un milione di euro. Chiuse tre sale slot

16 aprile 2024
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PRATO. Dodici arresti, nove dei quali in carcere e tre ai domiciliari con braccialetto elettronico, e sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di 1.184.000 euro. È il bilancio di un'indagine condotta dalla squadra mobile di Pistoia e dal nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza pistoiese che ha permesso di scoprire una presunta organizzazione dedita alle scommesse illegali e clandestine, gran parte delle quali venivano raccolte a Prato.

Tra gli arrestati anche due nomi di spicco, Giacomo e Francesco Terracciano, padre e figlio di 72 e 49 anni, residenti a Prato e già coinvolti in molte altre inchieste. Ora sono entrambi in carcere.

Le misure cautelari sono state emesse dal gip di Pistoia su richiesta della procura pistoiese ed eseguite con il concorso delle squadre mobili di Prato, Roma, Latina, Lucca e Massa Carrara. Agli indagati, italiani e cinesi, vengono contestati a vario titolo i reati di associazione per delinquere finalizzata all'esercizio abusivo dell'attività di raccolta di giochi e scommesse, estorsione, falso, traffico e detenzione di stupefacenti, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e emissione di fatture per operazioni inesistenti. Il sequestro preventivo è stato disposto verso tre sale giochi e scommesse (a Prato in viale Galilei, via Castagnoli e via Longobarda), cinque società e un’auto. Eseguite anche perquisizioni con il concorso di Sco e Scico.

Secondo quanto spiegano gli inquirenti in una nota, le indagini, durate oltre un anno, avrebbero consentito «di ricostruire l'esistenza di un pervicace fenomeno estorsivo e di un vero e proprio sistema di scommesse illegali e clandestine», sia «online su appositi siti clonati, sia in sale slot» a Prato, «nominalmente riconducibili a cittadini cinesi ma di fatto in mano a due dei soggetti sottoposti a misura cautelare, che ne dispongono pienamente alla stregua di veri e propri titolari, avvalendosi di vari collaboratori».

Sarebbero inoltre emerse «reiterate frodi fiscali ideate e gestite da uno degli indagati, cinese, in concorso con diversi altri soggetti a lui collegati, basate sull'intestazione fittizia della titolarità di imprese ad altre persone, sull'emissione di fatture false e sul trasferimento di consistenti somme di denaro in Cina" per evitare di pagare le imposte per "attività imprenditoriali dallo stesso via via acquisite anche tramite le pratiche estorsive».

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