Intervento di routine, poi rimane sterile: maxi risarcimento dopo la sentenza. Condannate Aoup, Asl e ginecologa
Pontedera, per i giudici c’è stata una serie di errori e di sottovaluzioni della situazione
PONTEDERA. Un intervento chirurgico se non banale senz’altro di routine. Che però si è trasformato in un vero e proprio dramma per una giovane donna che ha perso la capacità di avere figli e che, di conseguenza, ha avuto gravissime ripercussioni nella vita privata. Una vicenda che ha visto chiamati a rispondere davanti ai giudici civili (prima quelli del Tribunale di Pisa, poi quelli della Corte di Appello di Firenze) la ginecologa di fiducia della signora nonché sia l’Azienda ospedaliera pisana che l’Azienda sanitaria Toscana nord ovest: tutte e tre – con diversi profili e percentuali di colpa – sono state ritenute essere causa dei danni subiti dalla signora che si vedrà quindi riconoscere un risarcimento.
La vicenda
La storia prende il via ormai quasi vent’anni fa, il 26 giugno del 2006 quando la donna, una professionista allora di 35 anni, durante una visita con la sua ginecologa scopre di avere un polipo del canale cervicale. Per questo viene prenotato, in via d’urgenza, un intervento di isteroscopia con polipectomia da effettuare il giorno presente in un ambulatorio dell’Aoup.
L’operazione viene svolta e la donna è dimessa. Ma tre giorni dopo cominciano i problemi, con forti dolori addominali e stipsi. Secondo la sentenza di primo grado (confermata in Appello) la responsabilità è da ricercarsi nell’imperizia di chi ha eseguito l’intervento in laparoscopia che – si legge nella perizia del consulente nominato dal Tribunale – «con ogni probabilità ha causato una colonizzazione infettiva e, successivamente, un quadro infiammatorio a carico delle tube». In particolare ci sarebbe stata la rimozione e le reintroduzione dell’isteroscopio, che può portare a un aumento «delle probabilità di colonizzazione batterica dello strumento».
La signora decide di rivolgersi nuovamente alla ginecologa che le consiglia, il 10 luglio, una terapia sulfamidica e contro la stipsi. Una comportamento che – secondo quanto scritto dal consulente – avrebbe rappresentato un’altra parte di responsabilità, visto che ci sarebbe stata «la mancata esecuzione di un esame obiettivo» da parte della dottoressa.
Cosa succede
Fatto sta che la situazione precipita, i dolori diventano sempre più forti e il 15 luglio la signora si rivolge al pronto soccorso dell’ospedale Lotti di Pontedera da dove viene però dimessa il giorno seguente. Anche questo – sempre secondo la perizia – sarebbe stato decisivo nell’esito infausto della vicenda. Il consulente del giudice, infatti, censura «la mancata richiesta di un consulto ginecologico urgente e, inoltre, considerato lo stato subocclusivo e l’indisponibilità del ginecologo a quell’ora in ospedale, lo stesso può dirsi per non aver trattenuto la paziente per poche ore in Osservazione breve intensiva o in altro reparto, sino a quando lo specialista fosse entrato in servizio. Era, invece, deciso di dimettere la paziente al domicilio, con prescrizione di visita ginecologica (non urgente) e di un discutibile forte lassativo quale il solfato di magnesio. Se, dopo il consulto dello specialista, fosse stato possibile (dal punto di vista organizzativo) eseguire l’intervento il 16 luglio, è possibile che si potesse ancora risparmiare la tuba destra non ancora dilatata».
Le dimissioni e la sentenza
Invece, dopo la dimissione la signora è costretta dai dolori a ritornare al Lotti il 19 luglio, quando (dopo due giorni) viene sottoposto a un intervento di laparoscopia che rivela la presenza di una ciste ovarica e un ovaio di sinistra in torsione e necrotizzato. Risultato: alla signora vengono asportate entrambe le tube di Falloppio, rendendo così impossibile la procreazione naturale. Una condizione che ha impattato in maniera significativa sulla sua vita, soprattutto dopo due tentativi di procreazione assistita non andati a buon fine e la successiva separazione con il compagno. Oltre a una serie di problemi fisici e di depressione che l’hanno accompagnata per anni.
Il Tribunale le ha così riconosciuto un risarcimento di quasi 70mila euro così ripartiti, in base alla responsabilità: 50% Asl, 30% Aoup e 20% ginecologa.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
