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Grillaia, bocciato il ricorso anti riapertura

La manifestazione dello scorso 14 marzo davanti alla Grillaia
La manifestazione dello scorso 14 marzo davanti alla Grillaia

Il Tar giudica inammissibile il tentativo di “spallata” alla delibera della Regione. Bini: «Ora la politica acceleri sul “piano B”»

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CHIANNI. La sola residenza nei pressi della discarica non è presupposto sufficiente ad integrare un interesse diffuso del ricorso. In estrema sintesi è questa la motivazione ultima con la quale il Tar della Toscana ha respinto il ricorso promosso dai comitati e dalla rosa di sigle, ma fattivamente presentato da due singoli cittadini, che si opponevano alla riapertura della Grillaia.
La sentenza, pubblicata ieri, mette la parola “fine” al tentativo di dare la “spallata” alla contestata delibera n. 629 del 2020, con la quale la Regione approvava anche sul piano di fattibilità ambientale il nuovo stoccaggio di amianto all’interno del sito. La motivazione più forte portata alla luce dai giudici ha colpito al cuore l’ammissibilità del ricorso, fondato tutto sulla vicinanza geografica (la “vicinitas”) dei due specifici ricorrenti e residenti a poche centinaia di metri dal sito che intentavano il ricorso, Andrea Wilken e Alessio Lenzi. Tale principio, come scrivono i giudici «non costituisce elemento idoneo a radicare, in quanto tale, la legittimazione di singoli abitanti alla impugnazione di atti in materia ambientale».
I singoli in pratica non sarebbero portatori di un «interesse diffuso alla salubrità ambientale». Sempre secondo i giudici, infatti, il requisito dell'interesse diffuso sarebbe stato presente, ad esempio «nell’ipotesi di associazione ambientale riconosciuta, di comitato avente specifica finalità e radicato nel territorio prima dell’intervento al quale ci si oppone oppure anche nel caso di singolo, ma che si trovi in una relazione così particolare e specifica con l’opera in considerazione, da poter dire che ne è pregiudicato uti singulus e non quale membro della collettività indifferenziata».
Se si ricorre come singoli, in pratica, non basta essere comuni cittadini residenti più vicini di altri al sito, ma è necessario essere in una condizione in tutto particolare e comprovata di “pericolo” ambientale. In alternativa, si doveva ricorrere come associazione riconosciuta dal Ministero o come comitato di comprovato e continuativo radicamento sul territorio.
Parole decisive che cederanno come è immaginabile il passo allo sconforto fra coloro che speravano nella via legale, ma che per qualcuno, come il sindaco di Terricciola Mirko Bini, passano il testimone alla politica, «quella che – dice – sarebbe dovuta intervenire in ogni caso. Purtroppo la possibilità di perdere era nel conto – dice il primo cittadino, unico amministratore presente alla manifestazione indetta dai comitati lo scorso 14 marzo –. Ma se anche il ricorso fosse andato in porto, le soluzioni alternative sarebbero state comunque appannaggio della politica, come lo saranno anche adesso». Il riferimento è al famoso “piano B” al quale l’amministrazione lavora da qualche tempo: un anno di conferimento di rifiuti organici (non amianto) ed un anno di copertura definitiva della discarica. «Sperando che la disponibilità della proprietà ci sia ancora – spiega Bini – quella proposta, già definita economicamente sostenibile e sorretta anche da un soggetto in grado di concretizzarla (la Belvedere, ndr) resta la migliore opzione sulla piazza».
Nilo Di Modica
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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