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Pistoia, Monica Menchi si racconta: «Ho miriadi di personaggi che galleggiano dentro di me»

di Stefano Baccelli
Pistoia, Monica Menchi si racconta: «Ho miriadi di personaggi che galleggiano dentro di me»

Attrice, regista, autrice e insegnante teatrale. Una vita per il palcoscenico seguendo un principio: non accontentarsi mai. “Vittorio Gassman era severissimo Mi aveva preso in simpatia, ma guai a sgarrare. Faccio dei sogni incredibili e li ricordo tutti Perfino quelli che facevo a 4-5 anni”

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PISTOIA La quotidianità è una linfa da portare su un palcoscenico, insieme a una totale immedesimazione nel personaggio che va in scena. È questa la rivelazione che ci regala la pistoiese Monica Menchi, attrice di teatro e cinema, regista, autrice di testi e anche insegnante teatrale. In questa intervista racconta tutto il lavoro che c’è dietro ogni interpretazione. Ma non solo. Rivela la sua anima ecologica («Siamo parte della natura ed è assurdo fargli del male»), quella religiosa («L’universo è perfetto, impossibile lo sia per caso») e ribelle («Pistoia non valorizza i suoi talenti»). La sua introspezione potrebbe averla ereditata dal padre Dario, che fu primario di neuropsichiatria al Ceppo. Ha recitato per mostri sacri come Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi e mandato in scena una infinità di opere al fianco di grandi attori, soprattutto in teatro, ma anche al cinema e in tv.
Adora emozionare nei ruoli drammatici e dà il meglio di sé in quelli comici. Riesce a trasmettere un filo di ironia in ogni interpretazione. Edith Piaf, Billie Holiday e Maria Callas portate in scena con grande forza interpretativa sono i suoi capolavori.

Che persona è Monica?
«Molto meticolosa sulla scena e un po’ imprecisa nella vita quotidiana. Nel lavoro cerco la perfezione e mai mi accontento. In accademia addirittura me lo rimproveravano, ma credo che l’artista non si debba mai fermare. Deve continuare a migliorare e studiare per sempre. E non accontentarsi mai».

Quando ha scoperto la sua passione?
«Fin dall’asilo mi piaceva osservare e imitare quello che vedevo. In seconda elementare rischiai il sette in condotta: una volta salii sul tavolo per imitare un pagliaccio che batteva sul tamburo visto al Circo Americano. Per la maestra ero troppo vivace. Ho sempre avuto una grande attenzione alla vita quotidiana. La scena è il verosimile della realtà. Ti devi saper guardare intorno, dato che spesso la realtà supera la fantasia».
Che serve per diventare una grande attrice?
«Un grosso lavoro per dar vita a un personaggio scritto sulla carta. Memorizzare il copione non basta. Per esempio Lady Macbeth è personaggio di una difficoltà estrema, arriva a spingere un’altra persona a uccidere per ambizione. Eppure il bianco, il grigio e il nero sono in tutti noi.
Siamo tutti buoni e cattivi insieme».

Come si approccia ai suoi personaggi?
«Studio tantissimo quelli che porto in scena. Amleto diventa pazzo? Se un attore lo fa capire dalle prime battute rovina l’interpretazione. La rappresentazione deve assomigliare a una giornata qualsiasi quando al mattino non sappiamo cosa accadrà nelle ore successive».

Ha qualche riconoscimento da ricordare?
«Tra i premi ricevuti, cito con particolare soddisfazione la Maschera d’Argento per “La vita accanto”, in cui sono la principale interprete, per la regia di Cristina Pezzoli e la drammaturgia di Maura Del Serra. È la storia di una ragazza con una deformazione al volto che trovò un riscatto diventando una grande pianista e regalando le sue mani al cinema. Con questo testo meraviglioso abbiamo girato l’Italia. Altro riconoscimento di rilievo il “Premio Ernesto Calindri” ricevuto a Certaldo. Inoltre tengo moltissimo al titolo di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana per la cultura e l’arte.
L’ho ricevuto due anni fa dalle mani del prefetto di Pistoia, Licia Messina, la quale aveva assistito alla mia interpretazione al Bolognini di Édith Piaf. Successivamente aveva assunto informazioni sulla mia carriera. L’onorificenza fu per me una vera sorpresa, oltre che un grande onore».

Com’è iniziata la sua carriera?
«I primi passi furono con il dottor Fabrizio Rafanelli del Gad città di Pistoia. Fu lì che la passione che avevo fin da bambina stava esplodendo. Decisi così di fare dei provini per entrare in qualche scuola, dato che lo studio è fondamentale. Fui ammessa sia all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico che al Centro Sperimentale di Cinematografia. Scelsi la prima e l’impatto fu durissimo. Tra i miei compagni di studio ricordo Emma Dante. Il regista Mario Ferrero mi fece lavorare con Fabrizio Gifuni. Inoltre ho recitato con Alexandra La Capria. Ho avuto poi la fortuna di lavorare con Vittorio Gassman e Giorgio Albertazzi. Gassman era severissimo. Mi aveva preso in simpatia, mi chiamava la “Menchina” ma con lui si doveva rigar dritti. Tra le persone che mi hanno formata cito volentieri Cristina Pezzoli, che purtroppo non c’è più, Angelo Savelli del teatro di Rifredi, con cui ho interpretato una bellissima cosa come il Gattopardo. Ho lavorato per 5 anni nella ex Jugoslavia al teatro di Fiume in cui ho incontrato registi importanti e attori croati e serbi. A Fiume ero arrivata dopo una telefonata improvvisa: la protagonista della Madama Butterfly stava molto male. Mi chiesero all’ultimo momento di sostituirla. Ero smarrita. Studiai l’intera notte in treno. La mattina dopo avevo imparato tutto a memoria. I compagni erano allibiti avendo loro impiegato un mese a imparare le battute. Era la passione che mi aveva animato».

È vero che la notte fa dei sogni particolari?
«Direi incredibili. Faccio perfino viaggi extrafisici in cui vedo luoghi inesistenti con una chiarezza che li rende verosimili.
Li ricordo tutti perfino quelli che facevo a 4/5 anni. La fantasia è fondamentale in un artista».

Qual è la sua filosofia di vita?
«Tendo a rimuovere le vicende brutte o scomode, anzi faccio finta che non esistano. Amo guardarmi intorno per non essere colta di sorpresa e per capire le dinamiche della società che poi porto in scena».

Può raccontarci l’attività artistica che svolge nel suo complesso?
«Insegno teatro a persone che recitano per hobby. Con loro mi trovo a fronteggiare diversi testi e devo immedesimarmi in ogni personaggio per farglieli capire. Inoltre mi ritrovo nel ruolo di regista con dei professionisti. Ciò mi porta a continue elaborazioni h24 e quindi non riposo mai la mente. Miriadi di personaggi galleggiano in me ai quali devo offrire attenzione e che mi rimangono dentro. Oltre a essere regista e attrice ho anche scritto qualche testo. È un aspetto parecchio impegnativo del mio percorso. Ho scritto la vita di Edith Piaf e di Billie Holiday, facendo un grande lavoro di ricerca, adesso sto portando avanti: “L’ultima notte di Maria Callas”. Ho letto quasi tutti i libri della sua biografia. Ho visionato filmati. Un lavoro massacrante dal punto di vista emotivo».

Quali impegni ha in calendario?
«Il 13 marzo riporterò in scena Piaf all’Auditorium della Banca Alta Toscana e presenterò Callas al Teatro Le Laudi a Firenze il 18 e 19 aprile. Desidero porre in evidenza le fragilità umane. Il teatro deve smuovere le coscienze».

Quali le ultime rappresentazioni in città?
«Molto recenti sono “Comica Gelosa” di Enrico Bernard e la pièce teatrale “Asbesto”. La prima al Gatteschi da regista e attrice protagonista, un’opera che aveva già ricevuto in una replica a Roma una bellissima recensione da Maricla Boggio, è una divertente opera sulla figura pistoiese del ’500 di Isabella Canali Andreini. “Asbesto” di Claudia Cappellini è la rappresentazione del dramma dell’amianto che tanto ha colpito anche la nostra città. Peccato per la non buona risposta di pubblico».

È vero che suo padre le ha lasciato un luogo magico da accudire?
«Sì una casa in campagna, che è un centro culturale. Si chiama “La Casaccia”. Di recente è stato anche il set di due film importanti. Qui coltivo le orchidee che mi ha lasciato mio padre. Continuano a vivere rigogliose, quando qualcuna muore ne solo addolorata. Sono spettacolari».

Cosa ha fatto oltre il teatro?
«Cinema e tv con ruoli comprimari, ad esempio nel film su Bolognini, diretto da Carlotta Bolognini e Fabio Luigi Lionello, faccio la parte di sua madre».

La soddisfazione più grande per un attore?
«Sentirsi soddisfatto del lavoro appena svolto sulla scena. E sapere che dopo la recita andremo tutti a cena insieme».

Il rapporto con la sua città?
«Trovo ingiusto che nessuno abbia voluto considerarmi per recitare in città se non a spese mie. Ho trovato poca attenzione, mi duole dirlo».

Da grande che cosa farà?
«Non dico quali per non essere copiata, ma idee ne ho. Anticipo solo che il mio prossimo personaggio sarà Milva»

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