Pistoia, morì dopo la mancata diagnosi: urologo dovrà risarcire la famiglia
Specialista condannato per la negligenza risultata fatale a un paziente
PISTOIA. Due visite nel giro di venti giorni con diagnosi opposte. La prima fu rassicurante con il medico che gli disse di non preoccuparsi, con la seconda arrivò la sentenza: tumore non operabile. E dopo quattro anni e mezzo il professionista alle prese con un carcinoma alla prostata non diagnosticato in tempo utile per tentare una cura, si arrese alla malattia. Dopo la richiesta danni avanzata da moglie e figlia all’urologo che aveva visitato con svista negligente il paziente, il tribunale di Pistoia ha condannato il medico a risarcire le due eredi con quasi 400mila euro. La mancata diagnosi, sostengono le consulenze, aveva privato il professionista di circa 10 anni di vita, se la malattia fosse stata affrontata in tempo.
Le visite
Commercialista e curatore fallimentare, il paziente ultrasettantenne molto conosciuto in città (omettiamo le generalità per l’aspetto sanitario, ndr) era deceduto nella primavera del 2020. I suoi controlli erano regolari e semestrali a causa di una familiarità con la patologia che poi lo ha portato alla morte. Nel 2013 l’analisi del sangue aveva rilevato che l’enzima prostatico specifico (Psa) aveva raggiunto il valore 13. Un campanello d’allarme preciso. Di qui il consulto immediato con l’urologo con studio a Pistoia che gli aveva prescritto degli antibiotici. Nel 2014 il paziente aveva accusato forti dolori nell’area pelvica, ma nel corso delle due ecografie dell’11 novembre e 22 dicembre 2014, il medico non rilevando nulla di anormale, aveva prescritto solo un medicinale. Altro tempo perso, secondo l’accusa dei familiari. Si arriva alla visita del 23 novembre 2015 quando l’urologo gli prescrive una terapia farmacologica. Ma la situazione peggiora e così il commercialista si rivolge a un altro professionista. È in quel momento che avviene la scoperta del tumore. All’esito di ulteriori esami «veniva riscontrata l’esistenza di una neoplasia prostatica avanzata, non più operabile. Diagnosi poi confermata.
L’omissione
Per la consulenza acquisita dal tribunale è pacifico che delle condizioni del paziente il dottore «fosse pienamente consapevole, con la conseguenza che le sue visite dovevano essere caratterizzate da una particolare completezza e da uno scrupolo maggiore proprio perché la malattia era in agguato. In conclusione: ad ogni visita il medico doveva pretendere che il commercialista eseguisse tutti gli esami diagnostici (esplorazione rettale, ecografia ed esame del Psa) che le linee guida raccomandavano, in generale, per ogni paziente e, nello specifico, per l’esecuzione di un follow up di un soggetto con elevato rischio».
Gli errori
Nel corso del processo civile è stata «evidenziata una colposa omissione di quegli esami diagnostici che fonda la responsabilità contrattuale del convenuto (medico, ndr). Dunque, nel periodo di più probabile insorgenza del tumore che ha portato l’uomo alla morte, il medico non aveva associato l’ecografia alla esplorazione rettale come raccomandato dalle linee guida richiamate dai consulenti, privando quindi la visita di screening della dovuta sinergia tra metodiche raccomandate». Una mancanza che ha ridotto le aspettative di vita del professionista anticipandone il decesso.
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