Omicidio di Alessio Cini, il cognato si difende: «Sono innocente, sono stati i vicini a ucciderlo». Il racconto in aula
Pistoia, Daniele Maiorino per oltre tre ore e mezzo ha risposto in Corte d’assise a Firenze alle domande del giudice e del proprio avvocato
PISTOIA. «Io sono tranquillissimo, perché non ho fatto niente. Secondo me sono stati i vicini». Lucido, convinto e voglioso di parlare e fornire la propria versione dei fatti. Ieri Daniele Maiorino ha risposto a tutte le domande che gli sono state rivolte in oltre tre ore e mezzo. Lo ha fatto nell’aula bunker della Corte d’assise di Firenze, davanti alla quale è accusato di aver ucciso il cognato Alessio Cini (57 anni) la mattina dell’8 gennaio dell’anno scorso, prima colpendolo alla testa con una spranga davanti alla villetta trifamiliare dove abitavano entrambi, alla Ferruccia di Agliana, e poi dandolo alle fiamme mentre era stordito a terra ancora vivo.
Accuse che lui ha respinto, dichiarandosi innocente ed esplicitando invece i propri sospetti nei confronti della coppia di vicini (peraltro già sentiti come testimoni) che risiedono nella solita villetta trifamiliare.
«Essere accusato di aver ucciso mio cognato, che era una persona stupenda e con cui andavo d’accordo, è stato come se mi fosse cascato il mondo addosso. Sono in carcere da 15 mesi senza aver fatto niente. Sono sempre stato convinto che il vicino c’entrasse qualcosa», dice il 59enne, per poi parlare al plurale di vicini quando il pubblico ministero Leonardo De Gaudio gli fa notare che, stando a quanto raccolto nell’istruttoria, al momento dell’esplosione della benzina usata per dare fuoco ad Alessio Cini, il vicino era già a diverse centinaia di metri, allontanatosi prima delle 6 in bicicletta per andare al lavoro.
È alla coppia che Maiorino dice di riferirsi con quel “l’hanno ammazzato”, tra le frasi più significative dei soliloqui intercettati dalla microspia piazzata dai carabinieri nella sua auto nei giorni successivi all’omicidio. Messo di fronte alle altre frasi che secondo l’accusa compongono una specie di involontaria confessione, come “Ho commesso un omicidio”, “Ho perso i’capo”, “L’ho preso a calci, gli ho rotto lo sterno”, “Gli ho dato foco”, Maiorino risponde che si stava immedesimando nel vicino (tornando a parlare al singolare) che secondo lui era già stato arrestato e quindi confessava. Mentre “Il sangue che usciva fuori” sarebbe da ricondurre ai giorni successivi al delitto, quando la macchia di sangue del cognato continuava a riaffiorare.
Nel tirare in ballo la coppia di vicini, Maiorino si ricollega anche all’accesa lite avvenuta i primi di dicembre tra il cognato e l’uomo che abitava accanto, originata dal fatto che quest’ultimo posizionò sulle scale del primo un pezzo di guaina caduta dal soffitto. Il Cini rischiò di scivolare e andò su tutte le furie, tanto che si rese necessario l’intervento dello stesso Maiorino, chiamato dalla nipote. A sostegno del proprio sospetto, aggiunge anche le lamentele dei vicini sul fatto che Cini lasciasse il furgone vicino alla loro porta e sulla confusione fatta dalla figlia quando era in casa con le amiche.
Maiorino sottolinea poi il legame familiare con il cognato – «sì gli ho chiesto ogni tanto dei soldi, come lui poteva fare con me» – e la nipote, negando qualsiasi volontà di gestire il patrimonio di quest’ultima.
Su richiesta della propria legale Katia Dottore Giachino e della presidente della corte, ricostruisce inoltre gli spostamenti effettuati la sera prima e la mattina dell’omicidio. Racconta di essere andato la sera prima a comprare della cocaina, per poi consumarla con la moglie in casa. Di aver giocato a poker sul cellulare e poi di essersi addormentato. Fino a quando verso le tre e mezzo ha fatto uscire il cane che lo aveva svegliato grattando la porta e ha aspettato che rientrasse per poi rimettersi a dormire, sempre coi soliti vestiti sequestratigli il giorno dopo dagli inquirenti.
«La mattina mi ha svegliato il cane, che alle 6,30 abbaiava all’ambulanza – continua – Sono andato verso la porta e ho visto l’ambulanza con le luci accese. Ho chiesto cos’era successo e chi li aveva chiamati, mi dissero di non preoccuparmi. Un soccorritore andò verso destra, così vidi una sagoma per terra e una fiammella, spenta dall’altro operatore. Dalla forma della testa, la persona in terra mi sembrò mio cognato». «Alle 7 poi arrivarono automedica, pompieri e carabinieri – prosegue – Io uscii sul retro, andai accanto all’ambulanza e sentii che stavano coprendo il corpo di mio cognato. Tirava vento e per fermare i teli misero dei sassi del nostro giardino. Poi chiesi al pompiere di alzare il telo e riconobbi mio cognato, circa alle 7,05 o alle 7,10. Nel frattempo alle 7,20-30 arrivò suo fratello Luca, riconobbe le scarpe di Alessio. Controllammo il furgone e poi salimmo su in casa, c’erano il giubbotto di Alessio, il suo portafoglio, i documenti e un pacchetto di Rothmans».
All’ora dell’omicidio, poco prima delle 6, Maiorino ribadisce che stava dormendo. Asserisce di non aver sentito il cognato che preparava il furgone: «Non ho sentito nulla, il cane ad Alessio non abbaiava. Se avessi sentito qualcosa mio cognato potrebbe essere vivo o io potrei essere morto».
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