Il Tirreno

Pisa

Il ricordo

Brunori, l’amore per Sofia e quell’ultimo vocale ascoltato in ritardo: vi racconto chi era Andrea Pardini

di Francesco Paletti

	Andrea Pardini
Andrea Pardini

L’amicizia, il lavoro, la Press United e il regalo per la mamma: il ritratto del giornalista morto a 34 anni

05 dicembre 2023
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In questo toccante testo Francesco Paletti, collaboratore del Tirreno, ricorda Andrea Pardini, giornalista di 50 Canale morto a 34 anni.

***

«Come stai?». Brunori ci ha fatto pure una canzone. E ogni tanto, quanto l’ho ascoltata, mi è venuto anche da pensarlo, “Il Pardini”. Sorridendone un po’. Non ricordo una volta che una chiacchierata con Andrea, non sia partita da quella domanda. Guai rispondere in modo frettoloso o lasciarsi andare a un «tutto a posto» non troppo convincente.

«Sei sicuro? Tutto bene davvero?», ti avrebbe incalzato poco dopo. Se c’è stata qualche volta in cui ho sentito Andrea Pardini “incalzante”, invero l’ultimo degli aggettivi da usare per raccontarlo, è stato quando non era certo che qualcuno a cui voleva bene, stesse bene.

Ogni discussione, infatti, partiva da lì: qualunque fosse l’argomento, prima di tutto: «Come stai?». Canta Bunori, che quella «è la frase d’esordio nel mondo», un convenevole, insomma. Probabilmente è vero. Ma ci sono anche le eccezioni e Andrea Pardini credo lo fosse.

L’ultima volta che ho sentito la sua voce, è stato tre giorni fa. Non ci siamo parlati. Era un vocale che ho ascoltato in ritardo. Mi ero ripromesso di chiamarlo ieri, per rimediare. Diceva così: «Ciao France, come stai? (già ndr): ti mando un vocale perché così non ti disturbo e lo ascolti quando puoi: venerdì la mia mamma presenta il suo libro, un lavoro di 15 anni che l’ha impegnata molto. Mi farebbe molto piacere se il giornale potesse fare un salto e dargli un po’di spazio». E poi: «Vorrei chiederti anche un consiglio: capire se ci fosse la possibilità di acquistare un redazionale, anche pubblicitario. Vorrei farle un regalo».

Sono stato indeciso se darne conto: un po’ per quel “senso di colpa” che mi rimane addosso, molto per il fatto di divulgare una cosa piccolina, ma in fondo “nostra”. Però penso che in quei 51 secondi di messaggio ci sia tutto Andrea Pardini. O almeno quello che ho conosciuto io: entrare nelle vite degli altri in punta di piedi, sempre accertandosi prima di non disturbare. Lo faceva nella professione e nella vita. E poi gli affetti, quel microcosmo di cui si occupava con una cura e tenerezza che qualche volta gli ho invidiato. La mamma appunto.

Sofia, quell’amore bello, “spiato” nell’altra stanza, quando lavoravamo insieme all’ufficio stampa: lei stagista, lui giovanissimo collaboratore. Cresciuto nel tempo, di cui mi raccontava quando ci vedevamo a pranzo o davanti a un caffè: della casa in affitto a Putignano, del bisogno di uno piccolo spazio esterno per i cani. Poi di quell’altra casa, che avrebbero anche potuto comprare, con il mutuo ovviamente, se solo l’avessero trovata. E di quando la trovarono. La sorella Irene, da sostenere e accompagnare nell’avventura del negozio di via San Francesco. E Roberto Pardini, il babbo, “Il Pardo”, confidente prezioso per noi ragazzotti che in quegli anni frequentavamo la sala stampa di Palazzo Gambacorti: è grazie a lui se, ormai 15 anni fa, ci siamo conosciuti.

«Devi parlare con mio figlio – mi disse -, avete un sacco di cose in comune e una in particolare». «Quale?» domandai. «Siete due fissati con il pallone». Era vero. Parlavamo tanto del Pisa e di calcio in generale. Per un po’ ci abbiamo anche giocato. Con la Press United, la squadra formata da alcuni intrepidi giornalisti pisani, ricordata soprattutto per le pallonate che raccoglievamo a ogni partita. «Facciamola finita Andrea, ci “massacrano” tutti», gli dissi una volta. «Mi scoccia, però – mi rispose – , ci siamo presi un impegno anche con le altre squadre».

Una volta finimmo pure a parlare di donne: un argomento ricorrente fra maschi, raro fra noi. Non ricordo per quale motivo il discorso fosse scivolato su quel terreno, ma sia pure con vergogna ammetto che, da parte mia era una di quelle conversazioni becere e ghiozze sui vari modi per corteggiare a cui i maschi della nostra specie a volte si lasciano andare. Parlavo solo io, però. Almeno fino a quando non gli domandai: «E te, invece? ». «Io? Prima di tutto, guardo e cerco di capire».

Mi è tornata in mente qualche giorno fa sull’onda del dibattito e dell’indignazione suscitato dall’assassinio di Giulia Cecchettin. Magari ora esagero, preso dalla commozione: ma non riesco a non pensare che se ci fossero più Andrea Pardini, vivremmo in un mondo sicuramente più gentile e meno violento, nelle parole e nei gesti. Invece l’unico che conoscevo, se ne andato due giorni fa. All’improvviso.


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