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Siderurgia

Acciaio, Il futuro è in Toscana: «Piombino oggi è una rinascita»

Luca Centini
Acciaio, Il futuro è in Toscana: «Piombino oggi è una rinascita»

L’intervista: il rilancio secondo il ministro delle Imprese Adolfo Urso

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Piombino. A Piombino il ministro Adolfo Urso ha posto l’accento sulla necessità di uno spiccato gioco di squadra tra istituzioni e sindacati. L’obiettivo è tutt’altro che semplice: rilanciare il sito siderurgico attraverso una produzione di acciaio green in una città che ha visto spegnersi nel 2014 l’altoforno dello stabilimento. E, al tempo stesso, restituire lavoro e speranza a lavoratori in larga parte assuefatti alla cassa integrazione. Una «rinascita dell’acciaio», l’ha chiamata Urso, che passa da un nuovo accordo di programma con la multinazionale Jsw Steel e dalla realizzazione della nuova acciaieria da 2,7 milioni annui di acciaio di Metinvest Adria, la joint venture italo-ucraina che intende portare a terra un progetto da 3,2 miliardi.

Ministro, crede nel rilancio di Piombino? Quanto è importante la ripartenza dell’acciaio in Toscana, viste le difficoltà di Taranto?

«Non solo ci credo: ci stiamo lavorando ogni giorno, con risultati che oggi sono finalmente visibili. Piombino non è più una crisi da gestire per gli errori commessi dieci anni fa, ma un progetto di politica industriale nazionale. In questi mesi abbiamo messo in fila i tre tasselli del rilancio: l’accordo di programma con Metinvest Adria per la nuova acciaieria elettrica, dichiarata dal Consiglio dei ministri progetto di preminente interesse strategico nazionale; l’accordo di programma con Jsw per il rilancio del treno rotaie, sul quale stiamo lavorando intensamente per raggiungere una intesa che raccolga le indicazioni dei sindacati; la soluzione della vertenza Magona, con l’ingresso di Trasteel che riporta lo stabilimento a una prospettiva industriale dopo anni di incertezza. La ripartenza dell’acciaio in Toscana è decisiva per l’intero Paese. Piombino è chiamata a diventare uno dei poli della siderurgia green europea: acciaio elettrico, a basse emissioni, destinato ai mercati che più cresceranno nei prossimi anni. E proprio le difficoltà che abbiamo conosciuto altrove ci dicono quanto sia importante non avere un solo presidio siderurgico: serve un sistema nazionale dell’acciaio articolato, moderno e resiliente, con più realtà produttive. Piombino ne è un pilastro».

L’Italia punta ancora sull’acciaio? Che fase sta attraversando questo settore?

«L’Italia punta sull’acciaio più di quanto abbia fatto negli ultimi vent’anni, perché noi abbiamo una politica industriale e siamo pienamente consapevoli che senza acciaio non c’è manifattura, non c’è automotive, non c’è cantieristica, non c’è difesa. È la materia prima della sovranità industriale, come riconosce lo stesso Steel and Metals Action Plan europeo. Il settore attraversa una fase di trasformazione profonda, segnata da due sfide: la sovraccapacità globale, alimentata da produzioni extraeuropee massicciamente sussidiate, e la transizione verso l’acciaio decarbonizzato. Su entrambi i fronti l’Europa ha finalmente cambiato passo, grazie alla visione e alla determinazione dell’Italia: dal 1° luglio è in vigore il nuovo regime di protezione del mercato siderurgico europeo, con quote di acciaio importabile senza dazi ridotte, dazi raddoppiati al 50% per i volumi oltre soglia e regole più severe per la tracciabilità dell’origine dell’acciaio. È la cornice che mancava per rendere sostenibili i grandi investimenti nella siderurgia elettrica, a partire proprio da Piombino e ci auguriamo di riuscire nell’obiettivo anche a Taranto, la sfida più difficile gravata dai danni arrecati dalla gestione Mittal pari a oltre sette miliardi di euro. Ricordo che altrettanto abbiamo fatto a Terni, con l’accordo di programma con Arvedi. Il nostro piano siderurgico si sta realizzando».

A Piombino il presente è targato Jsw. Del grande stabilimento di un tempo è rimasto solo un treno rotaie che ha bisogno di un revamping urgente. Perché secondo lei dal 2018 ad oggi il gruppo non ha investito?

«Non spetta a me fare il processo al passato, ma i fatti sono noti: erano gli anni dei “fenomeni” politici bravi nel dichiarare ma incapaci di sviluppare progetti solidi. Piombino ne è stata vittima come altri poli industriali del Paese. Quell’accordo non conteneva condizioni e strumenti di verifica adeguati a garantire l’attuazione degli impegni. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, a cominciare dai lavoratori che hanno pagato il prezzo più alto. Il nostro compito era invertire questa traiettoria, contrastare la deindustrializzazione che spesso si coniuga con la speculazione e la dispersione di risorse pubbliche; lo abbiamo fatto con atti concreti. Dopo anni di inerzia, abbiamo tolto una parte delle aree demaniali per assegnarle a Metinvest: il gruppo indiano non sarà più chiamato a reindustrializzare l’intero sito ma solo ad ammodernare il treno rotaie con un investimento inferiore a 150 milioni. L’accordo di programma conterrà impegni precisi, clausole da rispettare e penali che garantiranno gli investimenti e soprattutto la forza lavoro. Sono queste le nostre condizioni per chiudere il testo. La stagione dei parolai è finita».

Cosa non ha funzionato dell’accordo di programma del 2018? E, alla luce di quanto accaduto, è giusto andare avanti con il gruppo indiano? I sindacati ormai non si fidano…

«L’accordo del 2018 fu sottoscritto in un contesto diverso e senza un meccanismo stringente di condizionalità: gli impegni non erano ancorati a un cronoprogramma verificabile né a strumenti efficaci di intervento in caso di inadempimento. Era frutto appunto dell’amichettismo imperante in quegli anni, in cui l’azione pubblica era subordinata all’interesse privato a danno dello Stato e dei lavoratori. Noi tuteliamo invece sempre e solo l’interesse nazionale e questo lo abbiamo tradotto anche nel nuovo accordo: impegni puntuali, tempi certi, verifiche periodiche, e un confronto sindacale che è parte integrante del lavoro. Comprendo la diffidenza dei sindacati, che nasce da anni di attese deluse: è una diffidenza che non si supera con le parole, ma coi fatti. L’azienda lo ha compreso e finalmente ha portato in stabilimento le attrezzature per il revamping. L’eredità del passato è pesante ma si può recuperare».

Nella visita a Piombino ha condiviso la posizione dei sindacati: tutti i lavoratori saranno tutelati. Ma che succede se il gruppo non manterrà gli impegni sugli investimenti?

«Lo ribadisco: nessun lavoratore sarà lasciato solo. Abbiamo garantito la copertura degli ammortizzatori sociali per l’intero perimetro occupazionale durante la fase di transizione e introdotto clausole di salvaguardia in caso di ritardi del progetto Metinvest. Quanto agli impegni sugli investimenti, il nuovo accordo non è una dichiarazione di intenti come nel passato: è un contratto con obblighi, tempi e strumenti di verifica. Il ministero e tutti i firmatari eserciteranno un monitoraggio costante sull’attuazione e, in caso di inadempimento, avranno a disposizione tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento, dalla revoca delle agevolazioni alle tutele per il sito e per i lavoratori. Ma voglio essere chiaro: lavoriamo perché quello scenario non si verifichi, e i segnali di queste settimane vanno nella direzione giusta».

Il rilancio di Piombino, tuttavia, dipende in gran parte dal progetto di Metinvest Adria. A che punto siamo con il progetto?

«Il progetto procede lungo il percorso tracciato. Abbiamo firmato l’accordo di programma nel luglio 2025, il Consiglio dei ministri lo ha dichiarato progetto di preminente interesse strategico nazionale e il Mimit lo sostiene con 285 milioni di euro, oltre alle risorse - oltre 90 milioni - che il ministero ha messo a disposizione per la realizzazione della banchina destinata a Metinvest. Parliamo di un investimento da oltre 3 miliardi per un impianto siderurgico elettrico di nuova generazione: il più importante investimento greenfield nella siderurgia europea. Ora la priorità è completare l’iter autorizzativo e sciogliere i nodi infrastrutturali, a partire dalla logistica portuale, per aprire i cantieri nei tempi previsti. La nomina del commissario straordinario dedicata al progetto servirà ad assicurare il coordinamento e l’accelerazione di tutti i procedimenti. L’obiettivo resta la piena operatività dell’impianto entro il 2029. Ringrazio il governatore Giani e il sindaco Ferrari del lavoro di squadra. Uniti si può».

La preoccupa il fatto che il gruppo italo-ucraino stia cercando un terzo investitore?

«No, se resta quello che l’azienda stessa ha dichiarato: un’operazione volta a rafforzare la bancabilità del progetto e a bilanciare il profilo di rischio, comprensibile alla luce del conflitto che ancora colpisce l’Ucraina, dove Metinvest mantiene gran parte dei propri asset. L’ingresso di un partner industriale o finanziario solido può anzi irrobustire il progetto. Il governo vigila. Trattandosi di un progetto di preminente interesse strategico nazionale, sostenuto da ingenti risorse pubbliche, pretendiamo piena trasparenza sull’assetto societario, sul cronoprogramma e sulle garanzie occupazionali, come del resto chiedono legittimamente le organizzazioni sindacali. Ciò che non è negoziabile sono gli impegni assunti con lo Stato: quelli restano fermi, chiunque entri nel capitale».

La stretta Ue sulle importazioni di prodotti a base di acciaio può dare un’ulteriore spinta a Metinvest?

«Assolutamente sì, ed è un risultato per il quale l’Italia si è battuta in prima linea a Bruxelles. Dal 1° luglio è in vigore il nuovo regolamento europeo: le quote di importazione esenti da dazio si riducono del 47%, il dazio oltre soglia raddoppia dal 25% al 50% e, dal 1° ottobre, scatterà l’obbligo di tracciare il Paese di fusione e colata dell’acciaio, per impedire le pratiche elusive che hanno inondato il mercato europeo di prodotti sussidiati. Ci aspettiamo anche che sia preclusa l’esportazione di rottami ferrosi per garantire l’economia circolare e quindi lo sviluppo dell’acciaio green. Per un investimento come quello di Piombino questo cambia il quadro: significa un mercato europeo più equo, prezzi non più schiacciati dalla sovraccapacità globale e, quindi, maggiore sostenibilità economica per chi produce acciaio in Europa, con gli standard ambientali e sociali europei. È la condizione per attrarre capitali e per dare solidità ai piani industriali, di Metinvest come di Jsw».  

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