Il Tirreno

Il caso

Piombino, famiglia sfrattata da casa: padre malato, madre e «tre figlie che sono terrorizzate»

di Luca Balestri

	Un amico della famiglia la aiuta a lasciare l'abitazione
Un amico della famiglia la aiuta a lasciare l'abitazione

La famiglia ha sempre pagato l’affitto, ma dall’arrivo della malattia del padre, che ha tiroide autoimmune, hanno smesso di essere in regola

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PIOMBINO. Due genitori, tre figlie, una famiglia (di cui il Tirreno omette le generalità per tutelare le minorenni) che abbandona la casa in cui ha vissuto per oltre sei anni nel tempo di una sola mattina. In via Lando Landi, ieri un nucleo familiare senegalese di cinque persone è stato sfrattato dall’appartamento dove risiedeva dalla fine del 2019. La famiglia non pagava l’affitto alla padrona di casa da circa un anno e mezzo, a causa della malattia autoimmune del padre, che lo ha costretto a smettere di lavorare.

La storia

«Abbiamo sempre pagato regolarmente, fino a quasi due anni fa. Poi mi sono ammalato, e non ho più potuto lavorare». È con queste parole che il padre accoglie il Tirreno in casa, nell’attesa che arrivi l’ufficiale giudiziario, per eseguire lo sfratto. Alle 8,30 di mattina sono ore convulse per la famiglia, che non ha alternative su dove andare a vivere. La tensione sale nel corso della mattinata, mentre le ore passano e l’attesa diventa snervante: con l’accumularsi dei minuti, la speranza che l’esecuzione possa essere rimandata cresce sempre di più. Nonostante la notifica di sfratto arrivata sia già la seconda. Davanti a un bambolotto della figlia, steso in posizione supina su uno dei due divani grigi della sala dell’appartamento, il padre afferma che «non sappiamo dove andare se ci mandavano davvero via – dice il padre –. E non vogliamo dividerci, io voglio stare con mia moglie e con le mie figlie». L’affitto, 500 euro al mese, l’affittuaria non l’ha più riscosso «perché mi sono ammalato», spiega ancora il residente.

La malattia

L’inquilino è affetto dalla tiroidite autoimmune, che non gli permette più di lavorare senza affaticarsi. «Mia moglie fa qualche lavoro saltuario, ma guadagna poco. E dobbiamo dare da mangiare alle nostre figlie, prima di pagare l’affitto», continua il padre. Figlie che vanno tutte a scuola, anche se ieri «non sono potute andare, perché stiamo aspettando di essere sfrattati, e devono essere anche loro – prosegue il babbo –. Sono terrorizzate da questa situazione, piangono da due giorni».

Lo sfratto

Ecco che intorno alle 11,30 arriva l’ufficiale giudiziario, insieme a una volante della polizia. La mediazione va avanti per circa tre ore. Ma il risultato è quello previsto: lo sfratto si esegue. La proprietaria di casa non ne vuole sapere di continuare ad avere gli inquilini nel suo appartamento. A niente serve la mediazione dell’ufficiale giudiziario, che tenta di mettere d’accordo le parti, in un clima teso ma mai violento, caratterizzato più dalla preoccupazione che da un sentimento di rabbia. Così, intorno alle 15, dopo ore di trattative andate a vuoto, la famiglia, tra valigie e sacchi pieni di oggetti, lascia via Landi, per andare a stare, per qualche giorno, in una struttura ricettiva.

Gli aiuti mancati

Prima di arrivare all’abbandono forzato dell’abitazione, «abbiamo chiesto aiuto al Comune, ma niente», fa presente il padre. Carlo Castaldi, avvocato della famiglia, sottolinea come il Comune non si sia mosso nella giusta direzione in questo caso. Il legale, infatti, che ha documentato il caso all’amministrazione, da Palazzo civico ha ricevuto solo il diniego per l’accesso immediato della famiglia alle case popolari. «Il Comune ora attende la documentazione sanitaria dell’aggravamento delle condizioni di salute del mio assistito per verificare se è possibile far avere alla famiglia una casa in emergenza, o lo scorrimento nella graduatoria delle case popolari – continua Castaldi –. Ma sempre l’ufficio comunale che gestisce l’emergenza abitativa ci ha risposto che fino a settembre non sono disponibili case d’emergenza». Rimasti senza un’abitazione permanente, padre, madre e figlie in questi giorni alloggeranno in una struttura ricettiva privata. «Ora si sono attivate le procedure per l’assistenza sociale – evidenzia il legale –. Il problema di questo caso, però, è che tra il Comune e l’Asl, che gestisce i servizi sociali, c’è poca comunicazione».  

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