Gianluca Lera, da stilista d'alta moda ad albergatore creativo: «Vi porto al MIIO Hotel»
Ritorno dello stilista tra stoffe, creatività, sogni e camere con vista sull’anima. Raccontarsi dal primo vagito a Campiglia alla nuova sfida di San Vincenzo
SAN VINCENZO. Gianluca Lera si racconta spiegando che il suo primo vagito lo ha visto protagonista nella sala parto dell’ospedale di Campiglia il 16 aprile 1964. Ma aggiunge con un pizzico di tenera ironia, che la sua non si è trattata di una nascita come tante, perché ad affacciarsi nel mondo insieme a lui è stato anche il gemello, Davide (ancora legatissimi). «Le nostre origini? Come un cacciucco alla livornese», dice Lera, spiegando che la mamma è di San Vincenzo, il babbo (mi raccomando “babbo” e non papà),di Piombino, Davide e lui campigliesi, anche se per poche ore e poi piombinesi, felici di vivere nella città del golfo, respirando lo spolverino ma anche tanto salmastro.
Una volta adulti Davide ha scelto di studiare legge e restare in Maremma, lei ha fatto le valigie ed è partito per Roma. Come mai?
«Non l’ho fatto perché non amassi le mie origini, ma per provare a vivere in una grande città, che poi è rimasta negli anni in assoluto il luogo che amo di più e che ancora adesso sento come il posto dove tornare sempre».
Roma è stata punto di partenza della sua fantasia, la città dove si è formato nella moda, prima come studente e poi come stilista.
«Ed è la città dove è nato mio figlio. Insomma, in tutto e per tutto casa».
A proposito di casa, parliamo del MIIO Hotel, albergo che da due anni, fra una creazione modaiola e l’altra, ha deciso di prendere sotto l’ala. Piccola realtà già conosciuta come Hotel “Ci ritorno” e gestita da Francesca Bientinesi e famiglia, che ha cambiato nome e abito.
«La struttura originale di questo albergo, dove ora lavoro e vivo per gran parte del tempo, nasce dalla ristrutturazione nel 1987 di una vecchia villa sanvincenzina (con giardino del primo Novecento), voluta da babbo e mamma come dependance del Cacciatore, albergo storico di San Vincenzo, di cui loro si occupavano. Dopo qualche anno la “dependance” è stata affidata ai Bientinesi e Francesca l’ha trasformata in un hotel, piccolo, con poche camere, ma molto comodo, per la posizione facilmente raggiungibile e perché, contrariamente ad altre strutture, restava aperto tutto l’anno. Il Covid poi ci ha messo lo zampino, rivoluzionando pure la mia storia».
In che senso?
«Dopo cinque anni di collaborazione con un brand storico (Jim Thompson), a Bangkok, durante i quali ho fatto spola fra Milano e la Thailandia tutti i mesi, con soggiorno sul posto per giorni, per motivi di logistica, con la chiusura delle frontiere, delle aziende produttrici, e l’impossibilità di lavorare nella moda da remoto, pure il rapporto con il brand ha avuto una logica fine. Nel frattempo l’hotel “Ci ritorno” stava vivendo un momento di incertezza sul futuro. Le possibilità erano due: chiudere la gestione o venderlo. Ma ne restava una terza e trovandomi in un momento complicato, pensai di occuparmene io, cercando di dargli nuova vita».
Sfida non facile che ha deciso di lanciare a se stesso. Coraggio o incoscienza?
«Tutte due forse. Mio fratello Davide aveva il suo lavoro di avvocato che non intendeva lasciare... Dovevo essere io perciò a decidere se prendere in mano l’hotel, trasformarne lo stile e procurargli un nuovo look».
Gianluca si è trasformato in albergatore.
«Sì. Ma prendendo spunto dal mio essere pur sempre stilista e mettendo a frutto le esperienze. All’inizio frenato e un po’ frustrato. Sentivo il progetto più come un ripiego post Covid, che come opportunità. Poi ho capito che l’hotel avrebbe funzionato se avessi trovato nel Gianluca albergatore la stessa creatività che provavo nell’essere stilista. Venendo dal mondo della moda, mi è stato chiaro che dovevo per prima cosa definire il target del mio possibile cliente e ho iniziato il processo creativo, trovando per l’albergo che avevo deciso di chiamare MIIO la giusta identità».
MIIO, un nome originale per un hotel.
«Volevo che rappresentasse l’accoglienza, che incuriosisse e lo facesse ricordare facilmente anche dagli stranieri. Ho osato, ma sono convinto di aver fatto bene. Ricordo con gioia una delle prime recensioni in cui un ragazzo di Firenze scrisse un feedback molto positivo, chiudendo con: il MIIO hotel che da oggi “è anche un po’ nostro”».
Ma torniamo allo stilista. Da dove è nata la passione per la moda?
«A Piombino, dove mia madre aveva un piccolo negozio di biancheria per la casa vicino al cinema Odeon. Amavo aggirarmi in quella zona, adoravo il cinema ed ero rapito dall’odore dei tessuti delle lenzuola e delle tovaglie in cotone o in puro lino. Un giorno poi, in una rivista di mamma lessi la storia di Valentino, del suo percorso da Voghera, alla scuola in Francia, all’impero creato con fatica e genio. Decisi che quella della moda sarebbe stata la mia strada».
La sua famiglia come ha reagito all’idea di un figlio stilista?
«Mi ha aiutato con amore e dedizione a portare avanti questa scelta, non scontata. Babbo mi accompagnò a Roma per visitare una scuola, l’Istituto Europeo di Design, allora agli inizi, ma poi esplosa negli anni successivi. E, prima della scuola scelsi la città. Città che ancora oggi mi affascina sempre».
Quali sono stati i suoi stilisti di riferimento?
«Da sempre Valentino, Balenciaga, Yves Saint Laurent. I primi passi però li ho fatti nell’atelier di Fausto Sarli, a cui devo tantissimo. Ho avuto la fortuna di lavorare per grandi brand, Valentino, Prada, Fendi e Bulgari. Da ognuno ho appreso ciò che poi ha costruito la mia identità lavorativa e l’esperienza che ho potuto sfruttare anche con MIIO».
Oggi però non ha lasciato la moda per fare l’albergatore. Si è praticamente diviso in due.
«Proprio così. Continuo con il mio primo amore, la moda, insegnando a Roma all’Accademia Rufa- unica scuola di moda in Italia basata sull’idea di sostenibilità- dove si studiano arte, cinema, sceneggiatura comics e fashion. E il mio corso è improntato sulla metodologia della progettazione, ovvero su come si progetta dall’inizio alla fine una collezione».
Suo figlio è soddisfatto del padre albergatore e stilista?
«Filippo ha 16 anni e, come mi disse un giorno Silvia Fendi, è la mia più grande e bella “creazione”. Credo sia quello che mi ha stimolato di più a mettermi in gioco con i giovani, a voler creare un rapporto con loro... Sul muro della hall dell’Hotel MIIO, c’è un foglio disegnato da lui quando aveva 9 anni, con scritto: “Ti voglio un bene illegale...babbo”. Una frase che mi ha commosso e che io, nonostante la mia buona volontà, non sarei mai riuscito a formulare allo stesso modo. Sì, lui è d’accordo che io gestisca MIIO, però mi dice: “Babbo, tu in hotel sei bravo, ma il tuo mestiere è quello che hai sempre fatto...”. I ragazzi capiscono tutto, e come mi ha scritto una mia studentessa, “se sono stimolati.. .rendono”».
